Il testamento del capo branco

Corro e scivolo. Mi rialzo. Non si arriva mai. Il fango rallenta lo spirito e immobilizza i passi, li risucchia, li trattiene come certe parole dette a caso trattengono le volontà. Ho bisogno di bere e non c’è acqua. Ho sete e non c’è luce. Lo sento l’odore dell’animale che si era disteso qui a terra, su quest’erba bagnata, su questi semi addormentati; strati di vita quiescente e smaniosa di uscire, eppure ferma, immobile, trattenuta come le urla che si pensano e che penso e che non ho mai liberato. Volerò un giorno, mi son detto; è stato tanti anni fa, ormai. Il tempo, che non è nulla eppure mi soverchia; ed io che sono meno di niente e non so camminare, non mi so più guardare e non mi vedo in nessuna direzione. Mi adagio qui, in questa cuccia che sa di selvatico, sotto la pioggia, con una mano fra le ginocchia e l’altra a trattenermi un bavero attorno alla gola, mentre la nebbia scende e mi fa scivolare via addormentandomi i sensi nel freddo. Avrei voluto dire a mio figlio che il mondo è un posto meraviglioso dove un uomo può essere uomo; dirò alle mie ossa di farsi portare in alto, quando sarò polvere, per non lasciare più nulla di me, in questo mondo. Rivoli di terra e sabbia scorrono fra i grani di ghiaccio; li vedo, qui, a pochi centimentri dalla mia faccia. È tutto così perfetto quando il tutto giunge alla fine che nessun difetto potrebbe scalfirlo. La fine è perfetta, sempre, perchè dispone ordine con una perizia impeccabile. Il mio lascito è un inno alla perfezione, della fine.

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Il testamento del capo branco

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…

Ci sarebbe, a volte, da dire, ma si sta zitti, ed è meglio, credetemi; come quando il rumore della pioggia arriva a coprire l’inutile blaterare e ce ne vorrebbe tanta, per lavarlo via tutto.

Che per noi che abbiamo creato la musica, che è bella da sola, ma ci abbiamo aggiunto le parole a volerla fare più bella, si potrebbe pensare che lo sappiamo tutti, che suonarla col cuore non è un comune cantare.

E si potrebbe ascoltarla da zitti, si potrebbe cantarla da zitti, si potrebbe, come quando si guarda muoversi il vento, fra i fili e le forme, che si fanno portare e sfiorare, stando tutti zitti, lì, a cantare.

Ci sarebbe da dire che è meglio tacere, il più delle volte, che ciò che c’è di più bello parla senza parole, basta guardare e sentire, ascoltare; basterebbe, se non si avesse il cervello pesante, di chiacchiere vuote.

E per sentirsi gemere, non serve mica dirselo e farne versi, basterebbe stare zitti, che il dolore prende tutto, anche le parole più grosse, ne fa palle di carta e stando zitti, ce le fa ingoiare.

Statevene un po’ zitti, allora, che non è che valete di meno, semmai vi sentite di più, vivere.

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…

miliardesimiscontati

Leggo spesso belle frasi che non vogliono dire niente. Chissà quante ne scrivo, anche.  Pazienza, che a me pare roba buona per farmi scendere dall’albero, quando le scrivo. Perchè il problema mio è che non mi piace sentire la terra sotto i piedi e visto che non ho ancora imparato a volare, mi limito a usare parole; a volte mi pare quasi la stessa cosa, che ci vedo le nuvole, sotto.

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