Insonnia

Non riuscivo a dormire da non so quanto. Passavo le notti rivoltandomi nel letto, con l’ansia di pensieri sempre più cupi e pesanti, cercando vie d’uscita irrealizzabili, progettando l’impossibile.

Le acque torbide del fiume annunciavano pioggia tanto quanto le pesanti coltri grigie che si stavano levando su, verso ovest. Ero uscito presto, perché l’afa e quel continuo e spossante rimuginare non mi lasciava tregua e mi scippava il sonno notte dopo notte; avevo voglia di camminare.

Lungo il fiume si erano fermati gli zingari da un paio di giorni e a quell’ora pure loro dormivano ancora nelle loro roulotte sgangherate. Maddalena mi aveva dato il benservito la sera prima e non è che avesse tutti i torti; erano tre mesi che giravo da un angolo all’altro della città in cerca di lavoro e senza alcun risultato.

Ero diventato intrattabile, me ne rendevo conto, ma non riuscivo a cambiare atteggiamento. Il sonno perso non aiutava. Ero sempre sotto pressione e lei non sapeva più come gestirmi.

Da adolescente mi ero messo in cerca della mia vocazione. L’ho cercataa lungo e alla fine mi sono adeguato a ciò che mi capitava sulla strada, senza poter veramente mai scegliere. In realtà non lo so ancora quale sia la mia vocazione, però posso affermare con un certo orgoglio che sono più di trent’anni che la sto cercando.

Infilando le mani nelle tasche dei jeans mi sono reso conto che avevo finito i soldi; il malumore mi pervase con la velocità di quelle nubi pesanti che stavano occupando il cielo.

Avrei voluto prendermi un pacchetto di sigarette per la giornata, e invece niente, anche per quel giorno dovevo scroccare o convincermi una volta per tutte che era arrivato il momento di smettere. Rimanere senza soldi dopo una bevuta al bar di sera fa tutto un altro effetto; rendersi conto all’inizio della giornata che non si ha nemmeno un centesimo per il caffè, mette addosso una certa malinconia.

Mi sono diretto al porto, giù, lungo il fiume. I gabbiani stavano tentando delle avances per vedere se potevano rimediare qualche pezzo di pane, ma con me avevano sbagliato indirizzo; ero messo più o meno come loro, con la differenza che non avevo trovato ancora nessuno per chiedergli un pezzo di pane.

Cominciò a piovere e mi riparai sotto l’arcata del Ponte Mastro. Non ero solo; lì stavano accampati una coppia di vecchi. Avevano acceso il fuoco e sul fuoco c’era una caffettiera ammaccata. Loro erano seduti vicini e in silenzio, con la schiena appoggiata al muraglione, seduti sopra a delle coperte di diversi colori, ammucchiate alla rinfusa. Non si distinguevano bene i corpi secchi dalle coperte; tutto era un groviglio di stracci vecchi.

Quando mi avvicinai il vecchio mi guardò e da sotto le coperte tirò fuori un coltellaccio da cucina.

– Che cosa cerchi? Noi non abbiamo niente per te! –

La voce del vecchio era una specie di sibilo, una via di mezzo fra un gracchiare in sordina e un fischio catarroso.

– Niente, non cerco niente. Sta per piovere e sono lontano da casa. Volevo stare qui sotto giusto il tempo di far passare il temporale. –

Il vecchio alzò il mento, mi squadrò per qualche istante con due occhi grigi e dubbiosi, poi guardò la vecchia che gli annuì. Ripose il coltello sotto le coperte. La vecchia si alzò e andò a prendere la caffettiera, poi la posò su una cassetta di legno capovolta, ci mise tre tazzine e vi versò il caffè. Poi mi porse una delle tazzine piene e io la presi con entrambe le mani, chinando il capo in segno di gratitudine.

– Pioverà a lungo – disse il vecchio. La vecchia annuì, tenendo gli occhi bassi sulla tazzina che stava porgendo al vecchio con una gentilezza che mi commosse. Poi prese la sua fra le dita rattrappite dall’artrite e disse.

– Rinfrescherà un po’ l’aria, non è un male – e si mise di nuovo seduta sulle coperte, vicina al suo compagno. Poi la vecchia mi guardò dritto negli occhi e mi disse:

– Tu somigli a qualcuno che conosco.Penso di averti già visto in giro – poi scrollò le spalle, come per dire che non era importante e si mise a sorseggiare rumorosamente il suo caffè attraverso la sua bocca sdentata.

Io mi accovacciai davanti al fuoco, accanto al loro mucchio di coperte e mentre sorseggiavo il caffè che, debbo dirlo, era veramente buono, sentii un senso di pace che mi saliva da dentro come non mi accadeva da moltissimo tempo.

Avevo perso il lavoro un anno prima e non ero più riuscito a trovare nulla di stabile, di sicuro. Con Maddalena vivevamo in un monolocale in periferia, ma da sei mesi era arrivato l’avviso di sfratto, visto che il suo stipendio serviva a malapena a coprire le spese per mangiare e pagare le bollette, ma non certo per pagare l’affitto. Nessuno dei due poteva permettersi un altro alloggio.

Lei mi aveva detto che una sua collega di lavoro, giù alla ditta di pulizie, le aveva proposto di dividere l’appartamento con lei, così avrebbero risparmiato entrambe. La sua amica aveva un lavoro, io no. Per di più il nostro rapporto si era logorato man mano che le difficoltà economiche incombevano. Non eravamo riusciti a salvarci a vicenda e così ognuno dovette pensare per sè.

Mi guardavo attorno e vedevo che il mondo era diviso fra quelli che avevano un lavoro e quelli che non ce l’avevano e che i primi godevano di diritti e privilegi che gli altri si sognavano. Non mi ero mai reso conto di questa differenza, prima.

Però quella mattina, mentre me ne stavo lì sotto al ponte in compagnia di quei due vecchi e li guardavo mentre se ne stavano ranicchiati vicini sorseggiando il caffè del mattino, esattamente come se si trovassero in una suite di un albergo a cinque stelle, mi venne da sorridere.

Erano molti mesi che non riuscivo a sorridere. La vecchia mi guardò con sospetto.

– Ti facciamo ridere?! – disse.

– No, tutt’altro! – le risposi. – Mi fate un bel po’ di invidia e non lo dico per dire, non sto scherzando! –

La vecchia guardò il vecchio negli occhi e poi tornò a fissarmi. Il vecchio tossì un po’, poi mi disse:

– Devi esser messo proprio male, ragazzo! –

Io guardai per terra, ci pensai un po’ su e poi annuii. I tuoni si cominciavano a sentire in lontananza mentre la pioggia iniziò a cadere a grossi goccioloni radi e poi sempre più fitti, finché il cielo sembrò essersi deciso a rilasciare tutta l’acqua di cui si era saturato facendo danzare quelle coltri spesse e pesanti per lunghi chilometri. La vecchia sospirò, si strinse un po’ nelle coperte e si accoccolò vicino al suo vecchio che le mise una mano attorno alle spalle. Io me ne stavo lì, senza un pezzo di pane, senza sigarette, senza un soldo in tasca e con il cuore leggero, a condividere quel momento che mi sembrò così perfetto, intimo e colmo di pace.

Avrei voluto che quella pioggia non smettesse mai, che lavasse via tutto il sudiciume e le ingustiziedi questo mondo. Mi fecero posto, prestandomi una delle loro coperte. Il vecchio mise dei ceppi di legna secca sul fuoco e rimanemmo un bel po’ a chicchierare. Poi la vecchia si assopì e il vecchio, per rispetto del sonno della sua compagna, se ne stette zitto. Fortunatamente piovve per tutto il giorno e io dopo tanti mesi, finalmente riuscii a dormire, a dormire davvero.

Insonnia

Cadono broccoli

Cadevano broccoli, quel giorno, così come cadevano broccoli tutti i giorni dell’anno, da tantissimi anni. Le strade erano inondate da broccoli e da esperienze umane, alcune ignare, alcune meno ignare, ma comunque ignare, alcune totalmente iconsapevoli e tutte camminavano su ciuffetti di verzure, alcune fresche, altre, sotto, costituenti il sottosuolo, lo strato da dove le esperienze venivano, completamente sfatto e putrescente.

Le esperienze umane camminavano sulla putredine dei broccoli caduti dal cielo così come fanno le formiche quando procedono senza sosta, arrancando e trascinandosi le mosche morte verso il formicaio.

Però le esperienze umane non andavano verso il formicaio; in realtà nessuna di loro sapeva bene dove stava andando. Si muovevano e questo è tutto.

E manco a dirlo, nessuna di quelle esperienze si ricordava come si faceva ad evitare i broccoli che cadevano come proiettili dal cielo, stordendole e limitandone la memoria; nessuna sapeva e nessuna si ricordava. Subivano la caduta dei broccoli e questo è tutto.

O il paese cambia o sarà il fanalino di coda del mondo, si sentiva dire dal grande amplificatore che sovrastava la caduta dei broccoli. Il nostro paese è più grande delle minacce, anche se il rischio c’è, tuonava imponente la voce baritonale. E credo che alzare i muri significhi non essere cittadinicrrriiifiiii. Fischio, gracidìo. Chiuso.

La voce smise di parlare e venne giù una scarica di broccoli ancor più intensa del solito; accadeva sempre quando la voce finiva di parlare.

E le esperienze mormorarono, alcune sommessamente, altre con voce più ferma: e a noi che ci frega di essere cittadini??! Che non lo sappiamo nemmeno cos’è un cittadino, noi!

Noi siamo vicine al suolo melmoso e putrefatto, ma morbido ed accogliente e ci camminiamo sicure, seppur fra le verzure che rivoltano lo stomaco dal gran puzzare, è vero, ma noi il puzzo nemmeno lo sentiamo più, noi ci siamo abituate e un po’ ci piace pure, di puzzare.

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Volò un’ape sopra le esperienze, fece diverse evoluzioni acrobatiche disegnando degli otto perfetti, andando, tornando ad onda mentre il cielo azzurro sullo sfondo si confondeva fra gli effluvi di putrefazione da broccolo… e poi l’ape si fermò su di un ciuffo di broccolo, lì sotto, nella melma, per terra.

Una coscienza un po’ grassa e stanca si fermò per riposare e chiese all’ape: da dove vieni? Dall’altro paese, rispose l’ape. Ah, disse l’esperienza perplessa, non sapevo esistesse un altro paese.

E poi l’esperienza grassa chiese ancora all’ape: com’è l’altro paese? E l’ape disse che l’altro paese era come quello, solo che non cadevano broccoli, ma fagioli. L’ape disse che i fagioli quando imputridiscono puzzano meno dei broccoli, però puzzano lo stesso.

E chi ci abita in quell’altro paese dove cadono fagioli? Chiese l’esperienza grassa e curiosa. E l’ape rispose che anche lì ci abitavano tante esperienze umane e che però parlavano una lingua diversa, ma camminavano in mezzo al puzzo di fagioli marci senza nemmeno sentirlo, proprio come le esperienze di qui camminano fra il puzzo dei broccoli senza nemmeno sentirlo.

Poi l’ape fece per volare via, ma l’esperienza curiosa e grassa la chiamò e disse: aspetta, ape! Tu lo sai se esiste un paese dove non c’è tanta puzza? Non lo so, rispose l’ape; se un paese che non puzza esiste, io non lo conosco. Tutte le esperienze di tutti i paesi dove abitano le esperienze umane puzzano di qualcosa; sono diverse e si tirano addosso il puzzo che è loro proprio, perché ogni paese ha la sua verdura che cade dal cielo e che poi imputridisce in mezzo alle esperienze.

Detto questo, l’ape volò via, in alto, cercando aria più sana, zigzagando fra un broccolo e l’altro.

Allora l’esperienza grassa e curiosa guardò per terra e si vide i piedi immersi nel putridume e si sentì i funghi e l’odore dei suoi piedi arrivarle direttamente nelle narici e per un momento ebbe un giramento di testa seguito da un conato di vomito.

Fu un attimo breve, una specie di sospiro fetido che pareve venirle da chissà dove, da lontano.

Poi l’esperienza grassa e curiosa guardò verso il cielo, si parò gli occhi con una mano per evitare che vi finisse qualche broccolo e in un lampo di consapevolezza si chiese: chissà da dove vengono tutti questi broccoli che ci obbligano tutte a vivere nel putridume?!

Allora, proprio in quel momento la voce si rifece sentire, un po’ più chiara e un po’ più acuta di prima: Lo spirito soffia dove vuole, ascolti la sua voce, non sai da dove viene, né verso dove va…. sai ascoltare la voce? Non tirare su muri, non cadere nella paura, noncrrrfffgzzz… Interferenza, gracidìo, scarica di broccoli. Fine.

E l’esperienza curiosa e grassa si distrasse coprendosi la testa con le mani giusto il tempo necessario per smettere di essere curiosa, guardò a terra, annusò il puzzo e non sentì nulla, e tornò a camminare, in silenzio, con tutte le altre esperienze umane che le brulicavano attorno.

Cadono broccoli

Neze (4)

L’uomo senza faccia gli stava sussurrando all’orecchio qualcosa, ma Dodo non riusciva a sentire, non capì, ma avvertì la ripugnanza, la sgradevole sensazione che quell’essere gli faceva entrare nella pelle. Così vicino, così schifosamente avvinghiato al suo corpo, aggrappato alle sue spalle con lunghe dita scarne dalle unghie sporche e unte che gli entravano nella carne, la pelle flaccida e lattiginosa che gli cadeva addosso ovunque come se le ossa non riuscissero a svolgere alcuna funzione in quel corpo sfatto e molle. Doveva scrollarselo di dosso, ma non riusciva a muoversi, non sapeva in che modo prenderlo per scaraventarlo lontano. Gli si era incollato addosso come un lattice putrefatto e se lo sentiva ovunque, mentre da dietro l’orecchio quello ghignava e biascicava qualcosa; un’orrenda litanìa senza senso.

Dodo cercava con tutte le sue forze di toglierselo di dosso e con una mano riuscì ad afferrargli un avambraccio, trascindandolo su uno dei suoi fianchi, per poterlo avere di fronte e liberarsi le braccia, mentre quello tentava continuamente di risalirgli sulle spalle e di aggrapparsi a lui con ogni mezzo. Dodo si sentì salire una rabbia inconsulta e con uno sforzo estremo lo afferrò sotto la gola con la mano sinistra e riuscì a liberarsi la spalla ed il braccio destri. Lo afferrò alla gola con entrambe le mani e l’uomo senza faccia cominciò ad assumere un colore rossiccio, poi violaceo, bluastro e infine mollò la presa e lasciò cadere le braccia flaccide e magre all’indietro. La grossa testa penzolò fra le mani di Dodo che non accennavano a mollare la presa. Dodo si stupì del fatto che quell’essere non aveva peso; era come uno straccio inutile e schifosamente sporco fra le sue mani. Istintivamente lo gettò lontano e si guardò le mani. Erano pulite e lui lo aveva ucciso.

Il Cane Bianco Riapparve mentre Dodo dormiva sdraiato a terra, nella ghiaia umida, spossato dalla situazione e da tutti quei pensieri cupi e oscuri che lo avavano avvolto all’improvviso. Il rumore dell’acqua che scorreva in lontananza e il gocciolìo della caverna lo avevano cullato e portato fra le braccia di Morfeo.

Il pelo dell’animale riprese a brillare, come alimentato da un’energia vitale che proveniva dall’ambiente circostante, o da chissà dove. Man mano che il Cane Bianco si avvicinava a Dodo con passi brevi e lenti, la luce dapprima fioca, simile a una nebbia rada, si accese pian piano, divenendo sempre più intensa e chiara.

Il Cane Bianco si accucciò vicino a Dodo, così vicino che lui ne sentì l’odore acre di terra e acqua e muschi; fu quell’odore a svegliarlo. Quando riaprì gli occhi, come in un sogno, ci mise un po’ a mettere a fuoco la sagoma dell’animale che gli stava accanto; era davvero magnifico, un cane come non ne aveva mai visti, si ritrovò a pensare. E si stupì di non averlo notato prima. Poi la consapevolezza si fece strada nella sua mente assonnata e Dodo si riebbe improvvisamente, quasi con un sussulto.

Si rese conto della situazione; la caverna era nuovamente illuminata, poteva procedere il cammino, si disse con una concitazione che gli cresceva dentro. Si guardò attorno: si trovava al centro di uno stanzone dalle pareti altissime, una magnifica cattedrale di roccia sotterranea; stalattiti e stalagmiti si allungavano a creare torri gotiche dalle forme meravigliose e incredibili, altissime fino all’inverosimile, tanto che non se ne vedeva la fine.

Dodo non aveva mai visto nulla di simile e nemmeno si sarebbe mai immaginato che in Natura potesse esistere un posto come quello; invece era lì davanti ai suoi occhi sgranati e increduli. La luce che emanava il cane Bainco illuminava l’enorme grotta con un’intensità notevole, ma l’effetto era dolce, quasi che le particelle luminose andassero ad accarrezzare le superfici fredde, lisce, fantastiche, senza aggredirle. Tutto quanto, le forme, le proporzioni, la materia, tutto ciò che lui vedeva era armonicamente bilanciato in quella visione sublime e a Dodo sembrò, ancora una volta, di essere stato risucchiato in un sogno, in una qualche dimensione a lui prima sconosciuta, ma concreta, viva e pregna di elementi che gli lasciavano sensazioni così vive e forti da stordirlo.

Non ricordava, non sapeva da dove gli venisse la consapevolezza che quella che gli stava sfilando sotto gli occhi era in realtà la Vera Bellezza, e si disse che forse era la prima volta che la vedeva davvero. Qualche cosa di simile lo aveva provato nelle sue lunghe camminate nella faggeta, o lungo i sentieri che lo avevano portato in alto, sulle montagne scoscese che si protendevano sul Grande Lago, ma per quanto quei momenti e quelle visioni lo avessero lasciato con il cuore leggero e felice, non fu nulla di così vivido e intenso come ciò che stava provando in quel momento. E fu stranamente felice di rendersene conto. Questo sentimento di leggerezza lo sconvolse un po’ mentre il pensiero tornò a Maya e si sentì una fitta nel petto.

Il Cane Bianco si alzò, lo guardò fisso negli occhi e Dodo ebbe per un momento la sensazione che quell’animale gli leggesse fino nel profondo dell’Anima; distolse lo sguardo, come per proteggersi da tanta invadenza. Il Cane Bianco si mosse ed il pelo luminoso ondeggiò in un movimento d’invito. Dodo si rialzò in fretta e lo seguì, sperando che tutta quella luce non svanisse di nuovo.C’era qualche cosa di diverso, adesso, in quell’animale magnifico; Dodo se ne rese conto, ma non riusciva a capire quale fosse il particolare che gli stava sfuggendo.

Mentre camminava seguendo il passo del Cane Bianco, Dodo osservava tutta quella magnificenza di rocce e colori e riflessi liquidi che gli sfilavano attorno, si rese conto che in lui era accaduto qualcosa durante quel sonno arrivato all’improvviso, dopo la disperazione per la perdita di Maya; si rese conto che l’idea della perdita della sua amica lo feriva ancora e dolorosamente, ma c’era qualche cosa che gli permetteva di non cedere, di sentirsi presente a se stesso e di godere di tutta quella bellezza che lo stava accompagnando.

Era come se i suoi occhi riuscissero a vedere la sua Realtà in un modo diverso, più luminoso e più efficace, ora. E man mano che questo pensiero si allargava nella sua mente, la luce che emanava dal Cane Bianco si faceva più intensa e netta; era come se la mente di Dodo fosse direttamente legata alle reazioni fisiche dell’animale. Anche la stanchezza che si era portato addosso in tutti quei mesi di notti insonni e id penseri invischiati di paure irrazionali stava svanendo, e si sentiva forte e tranquillo, mentre i suoi passi si facevano sicuri, cadenzati e ritmati dal rumore della ghiaia.

Giunsero in un punto dove la caverna si stringeva fino a ridursi ad una galleria piuttosto stretta e angusta. Durò a lungo e Dodo in alcuni punti dovette piegarsi fin quasi a camminare con le mani appoggiate a terra, ma non sentì la stanchezza, non avvertì nessun disagio e tantomeno si chiedeva se alla fine di quel lungo cunicolo ci sarebbe stata la vita e la salvezza, o se lo stava aspettando solo un’altro stanzone di roccia. Smise di pensare a quello che lo attendeva, smise di pensare a tutto e si limitò a camminare senza perdere di vista il Cane Bianco. E fu allora che se ne accorse: non avvertiva più nessun suono, solo i suoi passi e quelli del Cane Bianco sulla ghiaia ed il fiume d’acqua che scorreva lontano, da qualche parte sotto la roccia.

Dodo realizzò in quel momento che il collare di campanellini era sparito dal collo dell’animale.

Dodo si ritrovò a vivere il disagio dei mesi precedenti, all’improvviso e senza alcuna spiegazione. Pensò che qualcuno doveva averglielo tolto… pensò che un cane non si può togliere un collare da solo… pensò che però quello non era un cane come tutti gli altri e che niente di ciò che stava vivendo aveva sentore di logica e di razionale. La luce del Cane Bianco si fece un po’ più fioca e Dodo sussultò. Il Cane Bianco si fermò e lo guardò e Dodo capì. Doveva smetterla di occupare la mente con pensieri inutili e continuare a camminare. Nell’istante preciso in cui si affacciò questo pensiero nella sua mente il pelo del Cane Bianco tornò a illuminare il cunicolo con la stessa intensità di prima e l’animale riprese a camminare. Dodo lo seguì.

Il cunicolo si stava aprendo sempre più ed il rumore dello scorrere dell’acqua era sempre più vicino ed intenso. Quando il Cane Bianco uscì dalla galleria e Dodo lo raggiunse, quello che si aprì davanti ai suoi occhi fu qualche cosa di grandioso.

 

Digressione

Seze (7)

Dopo la tempesta Maya era rimasta chiusa nell’abitacolo della macchina resistendo al freddo; la paura di quell’essere del quale aveva intravisto solo il riverbero degli occhi alla luce della torcia elettrica le bastò per capire che non era il caso di avventurarsi fuori. Non aveva capito di che animale si trattasse, ma dalle dimensioni degli occhi le parve piuttosto grosso e visto che si era avvicinato tanto alla macchina, doveva essere anche poco propenso a farsi spaventare. Per di più le sembrò che la temperatura si stesse alzando e, vista la situazione, ritenne più saggio rimandare l’escursione notturna nella faggeta fino alla casa di Dodo, magari al mattino seguente, quando si sarebbe fatto giorno, anche se non vedeva l’ora di raggiungere finalmente il suo amico. Pensò che per scaldarsi era sufficiente che in quelche modo si tenesse in movimento, facendo degli esercizi nell’interno dell’abitacolo.
E comunque Dodo ormai la stava cercando, ne era certa. Si assicurò che la macchina fosse chiusa, controllò che tutti i finestrini fossero ben alzati e cercando di coprirsi quanto più poteva con la coperta che teneva sempre sui sedili posteriori, stringendo fra le mani il manico della piccola pala, cercò di stare calma e aspettò. 

Il cervello di Maya nell’immobilità del momento cominciò a lavorare: Maya in cuor suo sperò che Dodo non fosse lontano, ma poi, di colpo si rese conto che se lui era vicino, quell’animale poteva attaccare anche Dodo. Il cuore cominciò a batterle forte in petto quando pensò che mentre lei se ne stava lì tranquilla ad aspettare, forse Dodo era in pericolo. Quando questo pensiero la invase si scosse e decise che doveva muoversi. Cercò di capire se quell’animale era ancora lì attorno; la luce della luna illuminava il suolo fra le ombre dei faggi e si potevano distinguere bene le forme dei tronchi degli alberi e dei cumuli di neve, anche se non si vedeva più la strada, ormai sommersa. Tutto le sembrò immobile, ma non per questo più rassicurante.

Doveva uscire dalla macchina, pensò; abbassò i finestrini e con il cuore che le batteva forte sgusciò fuori dall’abitacolo. La piccola pala stretta fra le mani, la coperta sotto il braccio. La neve si era ghiacciata al punto da diventare una lastra di ghiaccio solido e questo a Maya sembrò un punto a suo favore; il cammino sarebbe stato più semplice, non essendo attrezzata per camminare sulla neve fresca. Anche il freddo sembrava più clemente, ora. Maya cercò la direzione e si guardò attorno.

La luce della luna sfavillava a tratti nel riverbero smosso dai cristalli di ghiaccio al suolo e le ombre si stendevano a disegnare tele di ragno grigio azzurre sul manto di neve e ghiaccio, allungandosi fra le fronde piegate, mentre dall’alto le stelle sembravano vegliare sulla foresta. L’aria odorava d’acqua e freddo e mentre Maya si sistemò la coperta sulle spalle, si ritrovò a guardare il cielo fra le fronde appesantite dalla neve: gli astri sembravano disegnare costellazioni nuove, disposte seguendo disegni celesti che non aveva mai visto prima. Sarà solo un’impressione, pensò.

E fu in quel momento che il crepitare e l’esplodere secco delle fibre di legno compresso sferzò l’aria all’improvviso. In pochi attimi sembrò che tutta la foresta stesse per crollare ed il rumore degli schianti dei tronchi al suolo riecheggiò ovunque sulla montagna. Un grosso ramo colpi con un tonfo l’abitacolo della macchina di Maya, che nel frattempo si era allontanata di alcuni metri; il rumore dello scoppio del parabrezza in mille frantumi la fece trasalire e correre istintivamente in una direzione qualsiasi.

Poi Maya si fermò di colpo e nel mezzo del rumore assordante dello spezzarsi del legno, si guardò attorno cercando di non farsi prendere dal panico e cercando con gli occhi un luogo sicuro dove potersi riparare. La luce della luna era fioca sotto le ombre del bosco e non era facile trovare una direzione, un luogo dove potersi tenere sufficientemente lontana dal pericolo dei tronchi e dei rami che ovunque stavano per cadere.

La luce della luna illuminò una radura che apparì come per magia davanti a sè; si era creata a seguito dello schiantarsi improvviso di due vecchi faggi dalle fronde altissime. Maya calcolò in breve la distanza degli altri alberi vicini e approssimativamente la loro altezza in modo da capire fino a che distanza avrebbero potuto raggiungerla nel caso fossero caduti. Si diresse al centro dell’apertura che si era venuta a creare, cercando di farsi strada fra i rami spezzati e ghicciati ed i grossi tronchi. Si fermò in un punto sopra elevato, a debita distanza dagli alberi circostanti e ranicchiandosi a terra in un luogo che sperò essere sicuro. In quella posizione aspettò che tutto quel frastuono sinistro si quietasse, ammesso che si fosse quietato.

Il tutto durò alcuni lunghissimi minuti durante i quali molti tronchi cedettero alle forze tremende a cui le fibre del loro legno erano state sottoposte dal peso della neve fino allo spasimo estremo. Gli scoppi di legno spezzato avevano smesso di colmare l’aria all’improvviso e così come il rumore dello schiantarsi sordo dei tronchi e dello spaccarsi dei rami era iniziato, di colpo svanì e ovunque cadde il silenzio, totale, pesante, gelido; s’insinuò come un vento immobile negli spazi liberi dalla materia e poi dentro, fin nell’intimo degli anfratti profondi e s’impossessò degli animi degli esseri viventi, immobili anch’essi e in ascolto, finchè anche di questi sembrò fermare il battito e lo scorrere delle linfe.

La vita parve addormentarsi, irrimediabilmente, inesorabilmente sprofondando nell’immobilità di un sonno senza ritorno, nello spegnersi di un attimo eterno.
Maya si sentì sfinita e per un tempo che non riuscì a definire si abbandonò ad un pianto nervoso e incontrollabile. Pianse come una bambina: era da moltissimo tempo che non piangeva, non ricordava nemmeno da quanto. Poi si calmò, cercò di respirare a fondo, per tranquillizzarsi. Si rimise in piedi e nel silenzio ascoltò il suo respiro.
Cercò di capire la situazione. Si trovava al centro di una radura ampia qualche centinaio di metri: molti faggi nel raggio di tale distanza erano caduti al suolo, in parte divelti completamente, ma la maggior parte avevano il tronco spezzato a metà, o erano quasi completamente privi di rami. Quelli più giovani e più elastici stavano resistendo. Maya pensò che quei pochi faggi rimasti in piedi sarebbero stati il futuro della faggeta, una volta che tutto sarebbe passato e gli equilibri della natura dopo quella notte assurda si fossero ristabiliti.

Gli occhi salirono a guardare il cielo, come a cercare un punto di riferimento in un gesto che aveva origini arcaiche, lontanissime; ma nemmeno le stelle sembravano più le stesse. Sembrava che nulla vesse più regole, in quella notte, che lei non si potesse affidare a niente, se non a se stessa.

Maya si portò con un po’ di fatica su una piccola collinetta, dove non c’erano alberi e da dove poteva avere una visione d’insieme della situazione e muovendosi si riscaldò un po’; questo le diede coraggio. All’improvviso le si strinse il cuore e le apparve un sorriso sulle labbra quando si rese conto che di torvarsi in un punto della foresta che conosceva bene: in quel posto, quando lei e Dodo erano bambini,  ci veniva spesso perchè lì c’era il recinto dei cavalli del nonno di Dodo. Il recinto si trovava proprio nel mezzo della faggeta e da qualche parte c’era anche un tettoia con una mangiatoia per il fieno dei cavalli. Maya la cercò con gli occhi fra le ombre notturne e la vide lì in fondo, sotto i riflessi argentati della luna, in mezzo al grande prato. Quasi senza pensare, istintivamente si diresse verso la tettoia che, quando non c’era tutta quella neve, veniva raggiunta da una pista trattorabile collegata alla strada per la casa di Dodo. Pensando che adesso sapeva esattamente dove si trovava e non ci avrebbe messo molto tempo per raggiungere Dodo, Maya fu presa da uno strano senso di euforia.

E invece, ancora una volta, come se qualche cosa che avesse il potere immane di giocare a piacimento con gli Elementi ed innescare, nel loro profondo evolversi, il mutamento innaturale e repentino nel tempo di uno schioccar di dita, l’aria si fece improvvisamente calda, il ghiaccio cominciò a scricchiolare, la neve a liquefarsi in rivoli invisibili.

E poi il caos si impossessò nuovamente del tempo e dello spazio: dal cielo terso caddero lampi improvvisi, carichi della potenza della luce e del fuoco; sferzarono l’aria ovunque, connessi l’uno all’altro come in un girotondo infernale di braccia infuocate e spezzate, violacee e spietate nella loro immane foga di colpire.

Fra le fibre di legno martoriato dei faggi secolari s’insinuò il guizzo fugace del fuoco, ed il suolo e l’aria furono scossi da un rombare di tuoni continui, assordanti, terribili.  I lampi avvolsero l’aria in una rete sinistra, implacabile, sospesa nel vuoto, tingendo le forme contratte degli alberi e le linee abbozzate del suolo innevato con la tavolozza intermittente di un giallo malato e di un verde acido, bluastro ed elettrico.

In pochi istanti fiamme dapprima sommesse si sparsero fra le fibre del legno e poi lingue altissime, vivide, gialle e piene si alzarono da ogni dove ed il legno cominciò la sua ultima agonia fra i sibili dell’acqua ghiacciata che ribolliva ed il crepitare di cellulose impotenti. In pochi minuti la foresta si trasformò in un inferno ed in alto, sorridenti, le stelle stavano immmobili a contemplare lo spettacolo. 

Maya rimase a bocca aperta, senza fiato, spersa e incredula, con la piccola pala stretta fra le mani e la coperta  attorno alle spalle; il respiro cominciò a farlesi affannato e come impietrita rimase lì a guardare quello spettacolo inverosimile, assurdo, spaventoso.

Il fuoco illuminava la foresta come se fosse giorno, il calore la raggiunse scaldandole la pelle, ma il prato era abbastanza ampio da metterla al sicuro dalle fiamme; quando Maya si rese conto di questo ritrovò il coraggio per muoversi. Si guardò attorno e si rese conto che quello era l’unico posto sicuro in quel frangente ed il pensiero andò a Dodo. Dodo doveva essere nel mezzo della foresta, in mezzo a quell’inferno! Maya si guardò attorno, cercando la direzione della vecchia casa: pensò che Dodo doveva essere lì in mezzo, da qualche parte e nemmeno troppo lontano. Fu presa da un senso di panico incontenibile e corse all’impazzata attraversando il grande prato nella direzione della casa di Dodo, spingendosi pericolosamente fino ai margini del bosco in fiamme dove la combustione del legno dei faggi si stava trasformando in un boato incandescente di scintille e ceppi ardenti. 

In quel punto il calore era insopportabile e l’aria era satura di un fumo acre e denso. Maya si rese conto troppo tardi che si era avvicinata troppo alle fiamme e l’aria irrespirabile le entrò nei polmoni; prima di cadere nella neve, gli occhi lacrimanti di Maya videro una strana figura dalla faccia floscia e rugosa, orribile e repellente che lentamente si chinava su di lei.

 

 

 

Seze (7)

Sanezze (4)

La strada si faceva sempre meno agibile e la neve scendeva come se le nubi gonfie avessero deciso di riversare sulla montagna e  in un solo attimo, anni di nevicate arretrate. In meno di dieci minuti erano scesi dieci centimetri buoni di neve e la macchina di Maya cominciava a sbandare nel tentativo di inerpicarsi lungo la lieve salita che portava all’altipiano, dove si trovava la casa di Dodo. Il tratto più brutto e ripido ormai lo aveva già percorso e le mancavano pochi chilometri prima di arrivare.

All’improvviso smise di nevicare. Maya che, pur non essendo una ragazza che si scoraggiava o si spaventava facilmente, aveva cominciato a disperare e si immaginava già ferma con la macchina di traverso, in mezzo alla strada, intenta a montare le catene da neve e sotto una tempesta che non si era mai vista, tirò un sospiro di sollievo.

Avvenne poi una cosa strana: le nubi all’improvviso si misero a correre sgomberando in pochi minuti un cielo che fino a un attimo prima sembrava volesse cadere sulla Terra per quanto era pesante, gonfio e cupo. Il cielo azzurro e limpido apparve da dietro i rami dei faggi, pericolosamente carichi di un ammasso impressionante di neve. Il sole ormai basso all’orrizzonte gridò la sua luce fioca, insinuandosi ovunque e lasciando che la neve morbida e soffice appena caduta, riflettesse in ogni direzione i colori rosati del tramonto. Sembrava un miracolo di scintillìi e riverberi di colore e cristalli. Maya rimase senza fiato e appena giunse nel punto dove la strada cominciava a spianare, evitando così il pericolo di rimanere bloccata in un punto in pendenza, fermò la macchina.

Scese dall’auto, estasiata da tanta bellezza e lasciò che la luce le entrasse negli occhi e nel cuore e inspirò l’aria fredda che profumava di acqua, di legno bagnato e di fresco. E’ incredibile, si disse, mai visto un cambiamento così repentino ed un tramonto tanto vivido di colori. Si strinse nel pesante giaccone e sospirò, sorridendo, felice di trovarsi lì, di avere il tempo per godersi due giorni con una persona cara e nel posto che più le piaceva in assoluto: il bosco dei faggi.

Mentre stava facendo questi pensieri e si stava godendo il momento, all’improvviso sentì freddo; un freddo feroce, bestiale, come non le era mai accaduto di avvertire. Le entrava attraverso i pesanti vestiti e le arrivava fino alla pelle e poi oltre, al centro delle ossa. Fu una sensazione sgradevole e si affrettò a rientrare nell’abitacolo della macchina, decisa a proseguire. Quando guardò il termometro sul cruscotto dell’auto rimase di sasso: segnava meno venti gradi. Per un attimo le si strinse lo stomaco per lo spavento. Non aveva mai visto una temperatura tanto bassa da quelle parti, arrivata così all’improvviso, poi. Fino a un attimo prima il termomentro segnava meno un grado. 

Aveva tenuto la macchina accesa. Si disse che aveva fatto bene; temeva che con quella temperatura si ghiacciasse il carburante della macchina. Si pentì di essersi fermata per quei pochi minuti di contemplazione. In quel tempo avrebbe macinato un po’ di strada avvicinandosi alla casa di Dodo che certamente la stava aspettando e, viste le condizioni del tempo e l’ora tarda, era sicuramente preoccupato; così aveva solo perso tempo. Sbuffò mentre ingranava la marcia e sussurrò a sè stessa: “Cretina! Così impari a dormire fino a mezzogiorno e a fare la turista in mezzo alle tempeste di neve!!”.

In quel punto il cellulare aveva campo e sentì il suono degli avvisi di chiamata; lo tolse subito dalla tasca del giaccone, vide le chiamate perse di Dodo e pigiò il tasto per chiamarlo e per rassicurarlo. Nel frattempo continuava a guidare, cercando di tenere la macchina sulla careggiata e su di giri, perché la neve fresca e prima leggera e polverosa, ora si era ghiacciata improvvisamente, formando uno strato duro in superficie che le gomme dell’ultilitaria faticavano a rompere. Strano, pensò, la neve ghiaccia in questo modo solo dopo un bel po’ che ha nevicato. Maya si disse che in quelle condizioni era un miracolo se era arrivata fin lì. E anche questo le parve una cosa strana, tanto quanto le condizioni del tempo delle ultime ore.

Dodo rispose quasi urlando: “Dove sei, Maya?! Stai bene? Ti vengo a prendere?”

Lei sorrise, confortata dalla voce di Dodo e un po’ divertita, un po’ infastidita dal tono preoccupato dell’amico; era una stronza cinica, in fondo, in fondo, si disse. Rispose con voce ferma, cercando di avere un tono di noncuranza. Faceva la brillante mentre dentro le batteva il cuore per la situazione poco piacevole. Ma lei era abituata a fingere, a fare  la parte della donna forte che non ha bisogno di niente e di nessuno.

“Tutto a posto, sto arrivando. Sono a un paio di chilometri, sul pianoro, non ti preoccupare. Il macinino, non so come, sembra ce la stia facendo nonostante la neve ghiacciata! Sarò lì fra pochi minuti.”

“Sei sicura che non è meglio se ti vengo incontro con la mia macchina? Ha la doppia trazione… forse così sei più sicura!”

Il tono della voce di Dodo era davvero preoccupato e in ansia e a Maya diede un po’ fastidio. In realtà avrebbe voluto dirgli che non vedeva l’ora di arrivare e che sì, forse era meglio che lui la andasse a prendere, ma qualcosa la frenò… forse l’orgoglio, forse quel tono eccessivamente protettivo. Lei se l’era sempre cavata da sola, in situazioni ben peggiori e non vedeva perchè non avrebbbe potuto farcela anche quella volta. Si sentì rispondergli:” No, non occorre, davvero. Ci metto un attimo, stai tranquillo. Sono arrivata fin qui senza dover montare le catene, figurati se non ce la faccio ad arrivare fin lì adesso che ha smesso di nevicare! Tieni il fuoco acceso e stai sereno!”

“Ok, allora ti aspetto qui. So che ci metterai un attimo! A dopo!” Dodo non aggiunse altro, nessuna raccomandazione.

Si pentì di aver fatto trapelare troppo la sua preoccupazione rispondendole al telefono. Conosceva Maya da sempre e sapeva che la sua reazione sarebbe stata esattamente quella. Non avrebbe mai ammesso di aver bisogno di aiuto, specie se lui le aveva fatto capire di essere abbastanza preoccupato da non fidarsi delle sue capacità. Era in gamba, lo sapeva, sapeva che era vero, che se la sapeva cavare, ma lui intendeva solo facilitarle un po’ il tragitto, vista la situazione. Anche perchè era stato lui a farla venire, con le sue preoccupazioni irrazionali per quei fatti altrettanto irrazionali che gli stavano condizionando la vita da un po’ di tempo.

Non aveva detto esattamente tutto a Maya. Le aveva parlato solo dei campanellini, che erano la cosa meno inquietante, ma in realtà c’erano molti altri eventi di cui avrebbe voluto parlarle. Fatti strani, che gli capitavano quando era da solo in casa, o nella faggeta, lungo il torrente dove spesso andava a camminare da solo. Aveva bisogno di lei, per poter dire a qualcuno quelle cose che si teneva dentro da troppo tempo. Lei era l’unica di cui lui poteva fidarsi e sentiva che Maya avrebbe capito e che non lo avrebbe preso per pazzo. Lei era molto simile a lui, la sentiva vicina in un modo particolare, da sempre, anche mentre erano lontani.

Maya si morse la lingua per l’ennesima volta. “Ma possibile che non so mai dire: sì, grazie, ho bisogno di una mano!? Sono una deficiente! Peggio per me… non mi resta che andare avanti sperando di non rimanere impantanta, che con queste temperature rischio pure l’assideramento!!”

Maya capiva che la sua testardaggine era un grosso limite, ma era talmente abituata a reagire in quel modo, era talmente abituata a stare sempre sulla difensiva, anche con Dodo, che anche stavolta non seppe farne a meno. Era una reazione istintiva, insita nel suo carattere. Dodo sbuffò, sospirò e aspettò; ormai era fatta.

“Ok, ti aspetto qui allora!” Lei chiuse la comunicazione.

In quel preciso istante un vento fortissimo si alzò nella faggeta ed i rami degli alberi, carichi fino all’inverosimile di neve e ghiaccio, cominciarono a scricchiolare. I tronchi che costeggiavano la strada, altissimi e carichi fino al limite di sopportazione di massa nevosa, oscillavano paurosamente. Alcuni rami e alcuni tronchi più sottili si erano piegati verso la carreggiata e Maya li sentì scricchiolare sinistramente mentre ci passava sotto. Il vento aveva preso ad urlare a folate paurose sollevando una polvere sottile di cristalli di neve e ghiaccio rendendo quasi impossibile la visibilità.

Maya aveva il cuore che le batteva nelle tempie e procedeva lungo la strada intuitivamente, non sapendo in certi momenti e di preciso se la direzione era quella giusta. Non c’era pericolo di uscire di strada, perchè l’ultimo tratto sul pianoro procedeva incassato fra due rampe alte mezzo metro, sul ciglio delle quali si trovavano i filari di faggi. Quella era l’unica garanzia, e non era poco, che Maya aveva di non finire in un fosso.

All’improvviso, mentre cercava di capire se stava guidando o meno sulla carreggiata, fra la polvere di ghiaccio che si alzava ovunque e fra un movimento dei tergicristalli e l’altro, le sembrò di vedere sul parabrezza l’ombra scura e pelosa di un animale; una specie di gatto con il pelo molto lungo, ma dalle dimensioni troppo grosse per essere un gatto. Maya ebbe un sussulto ed il cuore le fece una capriola nel petto. Nel contempo avvertì un colpo appena accennato delle zampe, o degli zoccoli, sul cofano della macchina, come se l’animale vi fosse balzato sopra per poi correre via e sparire nella nebbia di neve alzata dal vento. Fu un momento e tutto accadde in una frazione di secondo.

In pochi istanti Maya pensò a che cosa poteva essere successo: quell’essere era balzato sul veicolo in movimento, passandoci sopra come se volasse. Forse lo aveva investito senza rendersene conto, pensò Maya mentre cercava di concentrarsi sulla guida e di proseguire la marcia nel bel mezzo della tormenta. Forse era un cinghiale, continuava a pensare una parte del suo cervello, anche se in quella zona non ne aveva mai visti e non sapeva ce ne fossero. La inquietava il pelo scuro e morbido che per un frangente di secondo si era letteralmente appoggiato al parabrezza e che era riuscita a distinguere nitidamente. Sembrava proprio il pelo di un grosso gatto nero. Sperò in cuor suo di non averlo investito. Sperò che stesse bene, che la macchina non gli avesse causato qualche danno. Ma no, si disse, a quella velocità era impossibile che gli avesse fatto del male. Stava procedendo a venti all’ora! Di più il macinino non poteva fare.

Mentre Maya faceva questi pensieri, all’improvviso un tuono fortissimo squarciò l’aria e la terra tremò.

 

 

Sanezze (4)

Lo sai che ci vengo a fare?

Lo sai che ci trovo nella caverna abbandonata? Un’amaca appesa. E mi ci sdraio e ascolto le stalagmiti che si allungano, per lunghi anni, per lungo tempo. Ascolto.

E lo sai che ci viene a fare qui dentro quel raggio di luce? Viene a perdersi, come me, nel buio, come quando si dissolve il sale e l’acqua che gronda dalle pareti poi se lo porta via, lento, e l’umido brilla all’imbocco della galleria quando la luna decide di farmi visita.

Lo sai che ci sento nelle notti di luna qui dentro? I lupi là fuori sulla neve. I lupi che giocano e chiamano, li fuori, dove il freddo copre le rocce di foschia e gli echi dei gufi e degli allocchi rimbalzano sui legni antichi, grigi, lisci, eterni.

Lo sai che ci vengo a fare nelle grotte che nessuno conosce? Vengo a incontrare la maga dai capelli neri, quella che ride sempre quando mi attira verso di sè con il nastro di raso viola, come nei giochi che si fanno con le mani, intrecciando l’elastico, presente? Ci vengo per omaggiarla e per ridere un po’ con lei, del Mondo, della paura, della Morte che, comunque, non se la prende manco per niente, che tanto sa di essere invincibile… a volte.

 

 

Digressione