Stanotte ho osservato l’invisibile

Lo so, è banale alzarsi e parlare del tempo, ma quello che vi voglio raccontare non ha nulla di banale, credetemi! Ero sul balcone della mia casa in mezzo ai boschi di castagni, ieri notte. Osservavo le nubi che si gonfiavano lentamente caricandosi di pioggia. Aspettavo quel momento da un po’ di settimane. Mi mancavano le nuvole. Fra una serie intermittente di lampi e frastuono di tuoni in lontananza, il momento atteso si avvicinava!

Mi piacciono questi spettacoli apocalittici che ci regala la Natura e ne ho visti tanti negli anni; non manco mai di godermeli quando mi capita l’occasione. Ti sale dentro quell’inquietudine che viene dalla consapevolezza di essere minuscoli e impotenti di fronte alla forza incommensurabile degli elementi.

Mi sono messa comoda, seduta sulla mia poltrona sul balcone ad osservare il cielo. I lampi sembravano volessero creare un collegamento intermittente fra cielo e terra e si sbizzarrivano con forme sempre nuove e improbabili, come se seguissero delle vie invisibili e fantasiose, tracciate dal dito di un bambino che scarabocchia a caso sul foglio atmosferico.

Mi sono chiesta quante vie invisibili esistono nell’aria, quanti fenomeni naturali coesistono con noi stessi, mentre noi esseri piccoli e limitati nel nostro doverci arrabattare goffamente con la materia che ci limita, non li vediamo, non li conosciamo; non possiamo conoscerli perché gli occhi non li vedono, l’olfatto non li annusa, il tatto non li tocca, perché non abbiamo i sensi per poterli percepire. Ma ciò non significa che non ci sono.

Ho sempre fatto questi pensieri, anche da piccola. Ho aperto un blog che parlava di “vedere l’invisibile” tanti anni fa, mica per niente. Non è stato un caso; la mia curiosità è attratta da sempre da ciò che non riesco a definire, più che dal concreto e tangibile. Chissà perché queste tendenze a immaginare l’invisibile, mi chiedo… mah!

Un lampo, pochi secondi e ciò che prima non c’era appare all’improvviso e poi sparisce. C’è un motivo se quel lampo ha seguito quella direzione in quel preciso momento. C’è sempre un motivo. Mi sono chiesta se mentre noi osserviamo il vuoto, in realtà contribuiamo in qualche modo a concretizzarlo in qualche fenomeno, non solo visibile, ma anche invisibile. I lampi sono creature effimere, ma se non le avessimo mai potute osservare, non sapremmo della loro esistenza; ma l’elettricità dell’aria la conosciamo tutti, anche se nessuno saprebbe dire che forma abbia, al di là di un lampo.

Chissà quante cose accadono e noi non le vediamo; chissà quanto ci stupirebbero gli elementi se li conoscessimo davvero e tutti nella loro completezza; ma forse oggi mi sono fatta domande troppo ampie e sconfinate e tocca tornare con i piedi per terra, prima che mi dimentico che ho appena messo su un caffè ed è concretamente indispensabile che io lo gusti prima che si raffreddi.

Stanotte ho osservato l’invisibile

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…

Ci sarebbe, a volte, da dire, ma si sta zitti, ed è meglio, credetemi; come quando il rumore della pioggia arriva a coprire l’inutile blaterare e ce ne vorrebbe tanta, per lavarlo via tutto.

Che per noi che abbiamo creato la musica, che è bella da sola, ma ci abbiamo aggiunto le parole a volerla fare più bella, si potrebbe pensare che lo sappiamo tutti, che suonarla col cuore non è un comune cantare.

E si potrebbe ascoltarla da zitti, si potrebbe cantarla da zitti, si potrebbe, come quando si guarda muoversi il vento, fra i fili e le forme, che si fanno portare e sfiorare, stando tutti zitti, lì, a cantare.

Ci sarebbe da dire che è meglio tacere, il più delle volte, che ciò che c’è di più bello parla senza parole, basta guardare e sentire, ascoltare; basterebbe, se non si avesse il cervello pesante, di chiacchiere vuote.

E per sentirsi gemere, non serve mica dirselo e farne versi, basterebbe stare zitti, che il dolore prende tutto, anche le parole più grosse, ne fa palle di carta e stando zitti, ce le fa ingoiare.

Statevene un po’ zitti, allora, che non è che valete di meno, semmai vi sentite di più, vivere.

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…

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Si raccoglie in piccole pozze limpide, prima che la terra abbia il tempo di accoglierla e poi cola via in piccoli rivi allegri, verso valle. Trovarsi sotto la prima pioggia arrivata dopo settimane di arsura è una sensazione che mette stupore addosso ed un senso di gratitudine, di piacere complice, con le nuvole, con l’aria che si tinge di bianco e di grigio e si lascia respirare fresca. Si sentono le resine crepitare di buono ed i lampi ed i tuoni si spandono e accendono l’aria di raffiche di vento freddo. Lasciarsi scorrere l’acqua fredda addosso, cercando di tenere gli occhi aperti, con grosse gocce che lavano le iridi, facendoti piangere attraverso un mondo opaco, fatto di colori sfumati, lenti e tenui come li volevi vedere, come da troppo sole non sapevi più sentire; ti mancava, moltissimo. Ed è la sensazione di freschezza, di luce diversa che ti avvolge e potresti stringertela addosso se solo ne trovassi un lembo fra le foglie, ma non serve; lei ti sfiora da dentro e si allunga con le ombre e ti allunga le notti per farti sentire calma e a casa, ancora.

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