Ogni tanto, così, per brevi frammenti…

Allarmato dall’inutile ed incalzante susseguirsi di attimi colmi di niente, ogni tanto, così, per brevi frammenti di vita, s’impanica un po’, finché poi, brevissimi attimi dopo, ritorna a riempire qualche cosa che urla echi a non finire con altri attimi, colmi di niente.

Di preciso non ne sa nulla, ma lo sente, se ne accorge per momenti troppo effimeri per avere la presenza di spirito necessaria, per poter dare a quel che vede il giusto peso.

Ci sarebbe un solo modo per arrivare a vedere e guardare davvero per il tempo necessario perché gli occhi dell’anima rimandino agli occhi il baratro profondo che attira verso l’abisso oscuro di quel niente; ci sarebbe quest’unico modo che permette di dilatare gli attimi, non c’è altra via.

Da qualche parte qualcuno se lo sta chiedendo… qualcuno, forse lui stesso, dentro, da qualche parte:  come si fa a dilatare gli attimi?

Ci vuole tecnica, metodo, concentrazione e silenzio; ci vuole profondo, totale, immenso silenzio.

Lui lo sa e non sente null’altro che rumore, troppo rumore, solo rumore e voci, moltissime e diverse: sussurrate, stridule, sottili, roche, sgraziate, melliflue, infantili, sguaiate, melodiche, gracchianti, profonde, isteriche, urlate, urlate, urlate… troppo rumore.

Come si fa a non sentire rumore? Ci si allontana dalla fonte.

C’è un metodo che richiede tecnica, metodo, concentrazione, silenzio e solitudine.

Il niente che urla echi lo si può guardare solo se si guarda lo specchio di se stessi, senza altri specchi davanti, senza altre voci nelle orecchie, nella mente.

Si toglie una scarpa, poi l’altra. Davanti c’è l’acqua, alle spalle le colline. Sarebbe bello se fosse sempre così, se fosse sempre così, con la luce morbida della sera, nel silenzio, da solo, a lasciare che la bellezza gli riempia il vuoto, fino a smorzare gli echi di niente.

Si avvicina all’acqua, si toglie i vestiti, si immerge e ascolta, il silenzio; e allora si vede, si osserva e un po’ piange. C’è un po’ della sua acqua nell’acqua che lo accoglie.

 

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Ogni tanto, così, per brevi frammenti…

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…

Ci sarebbe, a volte, da dire, ma si sta zitti, ed è meglio, credetemi; come quando il rumore della pioggia arriva a coprire l’inutile blaterare e ce ne vorrebbe tanta, per lavarlo via tutto.

Che per noi che abbiamo creato la musica, che è bella da sola, ma ci abbiamo aggiunto le parole a volerla fare più bella, si potrebbe pensare che lo sappiamo tutti, che suonarla col cuore non è un comune cantare.

E si potrebbe ascoltarla da zitti, si potrebbe cantarla da zitti, si potrebbe, come quando si guarda muoversi il vento, fra i fili e le forme, che si fanno portare e sfiorare, stando tutti zitti, lì, a cantare.

Ci sarebbe da dire che è meglio tacere, il più delle volte, che ciò che c’è di più bello parla senza parole, basta guardare e sentire, ascoltare; basterebbe, se non si avesse il cervello pesante, di chiacchiere vuote.

E per sentirsi gemere, non serve mica dirselo e farne versi, basterebbe stare zitti, che il dolore prende tutto, anche le parole più grosse, ne fa palle di carta e stando zitti, ce le fa ingoiare.

Statevene un po’ zitti, allora, che non è che valete di meno, semmai vi sentite di più, vivere.

Se ve ne steste un po’ zitti, avrei qualcosa da non dire…