Fin che ce n’è…

Se ne stava disteso lungo tutta la linea visibile, ampio come tutto ciò che si poteva vedere e distante come tutto ciò che si poteva guardare; era il mare.
Poi però si levò la sabbia e spense la luce facendone carta filtrata e piccoli grumi di pollini duri si spandevano con il vento e si tinsero di rosso d’onde, sferzanti e taglienti volavano lamine d’aria; era il deserto… anzi, la tempesta nel deserto, che bisogna esser precisi.
Si giocava il full d’assi a colmare certezze occultate, le uniche che aveva e le aveva tutte, poi scrutava silente da sotto le coltri di ciglia, fino ad allungare le mani con dita pallide, affusolate e lente e lunghe come ombre; era la notte e vinceva sempre, lei.
Saltellava zompettante e scardinato come le ruote che si staccano dal carro in corsa lungo i versanti, incontro all’ultimo viaggio, lanciato sui pendii rocciosi e scoscesi e, nemmeno a dirlo, intanto si lamentava con nenie gementi e patetiche preghiere; era il passato che arrancava frenetico e non sapeva più giungere.
C’era un mucchio da vedere, insomma, e me ne stetti ad ascoltare, perchè sbaglio sempre frequenza quando si tratta di sintonizzare i sensi; fa niente, tanto ce n’è finché ne voglio, ce n’è fino alla fine, perlomeno.

Fin che ce n’è…

Ascolto la musica che mi porta

Scelgo di non appartenere, di non avere peso. E scelgo di ascoltare la musica che mi porta; la scelgo e mi riempie il buio negli occhi, mi colora dentro e mi porta.
Non ho mezzi, non ho soste nell’itinerario; semplicemente prendo e vado e osservo, mi lascio dire dal Mondo che cosa c’è da vedere, da sentire. E sento tutto, lo sento tanto e spesso troppo, anche guardando il niente.
E ascolto la musica che mi porta.
Non finisce se non quando apro gli occhi per guardare e allora li tengo chiusi, per vedere, per sentire e mi solleva con scale di dolcezza, con trilli di allegra certezza, con soffi sommessi di voci e melodia.
E’ la mia musica, la mia, che mi scorre dentro e mi solleva e mi porta.
E come faccio poi a non esserle grata, a non volerne ancora, a dormire con lei che mi culla, svegliarmi con lei che mi accarezza il sonno quando si fa leggero!? Come si fa!?
Senza non ci so stare.
Sarebbe un Mondo solo e spento, senza. E invece Lei c’è e mi consola anche solo il pensiero, mi solleva il cuore il poterla vivere, il poterne sorridere e perdermi nelle sue onde.
Quando mi spegnerò, vorrei che ci fosse, che ne fosse piena la stanza da dove dovrò salutare; vorrei che ci fosse perchè mi accarezzi nel sonno e in quell’altro sogno, mi porti ancora magari.

Ascolto la musica che mi porta

Stofattodell’assenzadelleprotesivisivenonprecludenulla!!

Ho guardato l’alba senza occhiali, che li ho messi chissà dove… ho dovuto annusarla, ovviamente. Ed è leggerezza, pulito, fresco. E’ anche meglio! Ha contorni più sfumati e colori che si rincorrono lenti fino a sfiorarsi appena e non si raggiungono mai; nemmeno il giorno li raggiunge mai. Se possibile sono ancora più belli e si fanno sentire più forte ancora, solo adesso, solo in questo momento, così lento, inevitabile, impercettibile e grandioso. Buongiorno!!

Stofattodell’assenzadelleprotesivisivenonprecludenulla!!

Mivadidondolareemiparecoerentefarlonellepeggioricondizionipossibili,chenonèmicaungioco,questo!

Dondolare lungo un ponte tibetano che se ne sta appeso appena, appena e per sbaglio! Questo mi va di fare. Guardare di sotto e vedere un fiume in piena, del colore del fango, con la spuma sporca che balza fra le onde sbattute ovunque, fra i flutti che si schiantano addosso ai massi enormi, divelti, che rotolano rombando paurosamente, mentre io quassù, dondolo, sento le corde che scricchiolano, scivolo su assicelle marcescenti e su nodi che grondano, mi aggrappo spezzandomi le unghie e tagliandomi le mani e…dondolo. Questo mi va di fare.

Mivadidondolareemiparecoerentefarlonellepeggioricondizionipossibili,chenonèmicaungioco,questo!