Luna piena

A volte, nelle notti di luna piena, si sale sul piccolo altipiano e ci si mette ad ascoltare, ed è il silenzio che accoglie.

Bisogna coprirsi bene, innanzitutto, per resistere a lungo, perché la temperatura scende spaventosamente e rende l’erba croccante e l’aria pulita, ma così pulita che te la senti arrivare nel cervello, fino a sollevarti i pensieri con un soffio fresco.

La luna chiama fin dal primo pomeriggio, la senti, ti distrae e un po’ lei di te fa quello che vuole. Poi compare, tu fai finta di niente, lasci che la vita scorra eppure continui a pensarla, a sentirla mentre il sole scompare.

Meglio andare sola, meglio non dire quando si sale.

Cammini sul terreno ghiacciato e sulle chiazze di neve coperta di cristalli friabili che scricchiolano e accompagnano il passo. Non c’è bisogno di frontalini o di luci elettriche mentre si sale; la luna guida e riempie l’aria e le forme con il suo manto di luce dolce.

Credo che a lei piaccia farsi ammirare e vuole che tu sia lì, che la osservi e che l’ascolti parlare e ci vuole silenzio e molta attenzione; è una questione di rispetto, per questo si va da soli, per smettere il vociare, il pensiero sospinto e invadente del continuo chiacchierare.

Sorride lei, a volte, ma con quel cipiglio un po’ severo e un po’ ironico, come di chi la sa lunga, anche se non la sa tutta, perché c’è stato un tempo ignoto e ancor più antico, ancor prima di lei, prima che anche lei nascesse. Lei questo lo sa bene e lo sanno anche le stelle, meraviglia di luce antica, infinita.

Arrivo, respiro, mi cambio per non avere freddo.

Mi siedo sulla solita radice che si affaccia sulla radura; appoggio la schiena al legno amico e mi avvolgo nel sacco a pelo, chiamo la cagna accanto e le dico di stare ferma, in silenzio, vicina perchè abbia meno freddo anche lei e poi ci mettiamo a guardare, ad ascoltare.

Il cielo è libero e pulito. Non c’è aria che smuova i rami, non c’è rumore d’umano attorno, non c’è nulla che si muove e non si sente nulla se non il proprio respiro ed il respiro del cane, nemmeno lo scorrere del fiume in fondovalle, niente.

Questo è il luogo prediletto dai cervi, perché qui l’aria si ferma, si fermano gli odori, i rumori scompaiono e allora si può allentare la guardia, farsi il giaciglio nell’erba, al sicuro, riposare e lasciare che la luna ci accarezzi il cuore mentre la gratitudine si fa strada e ci rende l’anima un po’ più ferma, serena, e forse migliore.

Luna piena

Ogni tanto, così, per brevi frammenti…

Allarmato dall’inutile ed incalzante susseguirsi di attimi colmi di niente, ogni tanto, così, per brevi frammenti di vita, s’impanica un po’, finché poi, brevissimi attimi dopo, ritorna a riempire qualche cosa che urla echi a non finire con altri attimi, colmi di niente.

Di preciso non ne sa nulla, ma lo sente, se ne accorge per momenti troppo effimeri per avere la presenza di spirito necessaria, per poter dare a quel che vede il giusto peso.

Ci sarebbe un solo modo per arrivare a vedere e guardare davvero per il tempo necessario perché gli occhi dell’anima rimandino agli occhi il baratro profondo che attira verso l’abisso oscuro di quel niente; ci sarebbe quest’unico modo che permette di dilatare gli attimi, non c’è altra via.

Da qualche parte qualcuno se lo sta chiedendo… qualcuno, forse lui stesso, dentro, da qualche parte:  come si fa a dilatare gli attimi?

Ci vuole tecnica, metodo, concentrazione e silenzio; ci vuole profondo, totale, immenso silenzio.

Lui lo sa e non sente null’altro che rumore, troppo rumore, solo rumore e voci, moltissime e diverse: sussurrate, stridule, sottili, roche, sgraziate, melliflue, infantili, sguaiate, melodiche, gracchianti, profonde, isteriche, urlate, urlate, urlate… troppo rumore.

Come si fa a non sentire rumore? Ci si allontana dalla fonte.

C’è un metodo che richiede tecnica, metodo, concentrazione, silenzio e solitudine.

Il niente che urla echi lo si può guardare solo se si guarda lo specchio di se stessi, senza altri specchi davanti, senza altre voci nelle orecchie, nella mente.

Si toglie una scarpa, poi l’altra. Davanti c’è l’acqua, alle spalle le colline. Sarebbe bello se fosse sempre così, se fosse sempre così, con la luce morbida della sera, nel silenzio, da solo, a lasciare che la bellezza gli riempia il vuoto, fino a smorzare gli echi di niente.

Si avvicina all’acqua, si toglie i vestiti, si immerge e ascolta, il silenzio; e allora si vede, si osserva e un po’ piange. C’è un po’ della sua acqua nell’acqua che lo accoglie.

 

Ogni tanto, così, per brevi frammenti…

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Perlospaziodicuinecessitol’indifferenzadelsuperfluoèunpuntoafavore

Lo spazio, il vuoto attorno prima o poi diventano indispensabili. Cerco spazio per respirare e per poter guardare lontano; cerco silenzio per potermi ascoltare, per potermi pensare, per guardare ciò che non riuscivo a vedere quando lo spazio era troppo stretto, troppo colmo, confuso, piccolo e pieno.

Me ne rendo conto quando lo spazio manca e, per motivi che non cerco, devo ritornare ad una condizione di saturazione che mi toglie l’aria là dove altri respirano benissimo. Mi chiedo perchè.

Lo spazio che mi serve non lo percepivo davvero finchè non l’ho provato e per la prima volta mi ha avvolto, per non lasciarmi più; e da allora  quando lo ritrovo (perchè lo cerco, sempre) sento che finalmente lo respiro a pieni polmoni e ne posso godere, guardando lontano, fin dove posso guardare. E mi ritrovo a sorridere sempre, da dentro, quando accade, quando lo rivivo.

Quando sono in questa condizione l’indifferenza del troppo, del confuso mormorare, dell’inutile dire mi fa piacere; spero di non essere visibile, di non esserci, di essere piccola, minima, come un punto all’orizzonte, per farlo durare, per preservare lo spazio che ho conquistato, che mi ha conquistato.

Spero nel mimetismo del lontano, dell’incomprensibile, del non esserci o, per meglio dire, l’indifferenza da parte di ciò che sento superfluo mi fa estremamente piacere, mentre l’attenzione dell’essenziale, la concentrazione del godibile nello spazio che osservo, perchè è ricco, ampio,vero e vivo mi gratifica come non mai.

Sono spazioampio-dipendente e non voglio cura.

Perlospaziodicuinecessitol’indifferenzadelsuperfluoèunpuntoafavore

Preferibilmentecisispegnequandononc’èpiùanimachebrucia

Avrebbe preferito non chiedere, aveva imparato a non farlo, per proteggersi, perchè le avevano detto che era ridicolo, chiedere; si sentiva tale. Lei aveva capito benissimo: era inutile, eppure lei chiedeva ancora.

Lo faceva raramente, fidandosi, poco, e continuando a sentirsi ridicola, perchè sapeva che era un chiedere inutile. Era un respiro calibrato al massimo risparmio e anche ora che un po’ aveva disimparato a non chiedere, dentro, avrebbe preferito non dire, non farsi sentire mentre c’era. Sapeva che sarebbe stato più dignitoso.

Sapeva però anche che se non lo avesse fatto, se avesse taciuto ancora, avrebbe ripreso a morire; avrebbe ripreso a spegnersi e le sembrava più ridicolo che mettersi a chiedere. Dignitoso, ma stupido, decisamente. Ci aveva ragionato, su questo, e le sembrava logico. Allora il tempo che ancora aveva, preferiva usarlo dicendo e provando e goffamente chiedendo, respirando il necessario.

Provava ogni giorno a riaccendersi e a vivere un po’, solo un po’. Non è che le riuscisse benissimo, ma non aveva scelta se non quella di smettere e andarsene come una candela consumata, senza più anima a tenerla accesa. Ma sarebbe stato uno spreco, perchè lei l’anima ce l’aveva ancora e la sentiva.

Sarebbe andata via  dal Mondo nel Silenzio, questo lo sapeva, ma non si sarebbe spenta togliendosi l’aria da sola, non  finchè sentiva l’anima bruciare e così, del ridicolo aveva imparato a fregarsene quel tanto che le serviva.

Preferibilmentecisispegnequandononc’èpiùanimachebrucia