Sembrasemprecheilsolesplendasevividietroavetriopachi

A me, quel fatto lì che mi dicevano che mi dovevo adeguare, mi strappava le efelidi dallo sterno!! Come se non lo si sapesse, mi dicevo, che non c’è scampo alle strade infangate! Come se non le avessi viste le ruote che macinavano le frattaglie ed i rimasugli dei sogni non ancora nati! Ma che ne sapevano loro delle ossa e delle carni vecchie lasciate a marcire sotto il letame?! Loro, che erano abituati a vederci fiorire i crocus, sopra, e nemmeno lo avevano mai sentito l’odore del letame fresco e delle carogne!! Che ne potevano sapere, quelli? Eppure parlavano. Oh sì: vomitavano consigli ed osservazioni che puzzavano di feccia di botte lontano un miglio, puzzavano di ipocrita saggezza; salvo poi smettere di sorridere e chiacchierare, quando pestavano qualche merda che secondo le loro regole di buona creanza, lì non ci doveva proprio stare.

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Sognidilucerossapiegataafalcenelmezzodiuncielocoperto

Stando alla luna rossa di stasera, di stanotte, che dire essere bella è come dire che il cielo è grande, ovvero come dire niente, dicevo: stando a questa luna non potrei trovare un buon motivo che mi spieghi questa malinconia, questo sentirmi un po’ spenta e ripiegata e vuota che non so levarmi di dosso prima di andare a dormire; me la porto a letto e so che potrei dormirci, oppure no.

Ci sono sogni che la malinconia lentamente me la sfilano da dentro portandosela chissà dove  senza che io lo sappia e che mi fanno risvegliare sorridente, più leggera; e poi ce ne sono altri che ne aggiungono ancora un po’, invece, e mi fanno salutare l’alba con quel senso di inquietudine che mi accompagna per tutto il giorno, come se avessi dei sacchetti profumati di azzurra e lieve tristezza nelle tasche.

Se potessi decidere di che cosa sognare, però, non saprei scegliere. E meno male che i sogni fanno un po’ loro, meno male che fanno un po’ come gli pare e si scelgono da soli.

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Nostalgiche rimembranze

Rigare di segni superfici effimere non è più come vergare con liquido scuro superfici più o meno ruvide al tatto. Il pensiero viene affidato al pensiero, trasmesso dall’impalpabile lampeggiare di micropixel e di elettronici rimandi. Niente odori pregnanti di cellulosa e tannini, nessun sfioramento di materia calda e rassicurante al tatto; è il tickettare su tasti freddi di plastica dura, il rimando di colori luminosi e distanti. E’ un altro dire, questo. Non è più lo stesso dire.

Tuffarsi in una boccetta di inchiostro azzurro e riemergerne per rotolarsi con i vestitit pregni e inzuppati di pigmenti e colore su superfici immacolate e limpide di morbida carta vergine! Questo era il mio sogno di bambina e forse un giorno lo realizzo! Ci faccio un bel lavoro, un giorno. Quando sarò più grande! Sicuro!

Nostalgiche rimembranze