See (8)

Vennero le scintille, infinite, effimere, roventi e s’involarono a riempire il vuoto della notte; la fuliggine e le loro ceneri s’insinuarono nelle narici e nella mente addormentata dal fumo, dalla spossatezza, dall’insostenibile tensione delle ore appena trascorse. Maya aveva gli occhi chiusi e l’inferno imperversava ovunque tutt’attorno, con fiammate gialle e verdi, fra il crepitare roboante e spaventoso dell’incendio orami esteso a tutto il versante della montagna. Lei non poteva udire, nè vedere, nè tanto meno fuggire. La mano coperta da una pelle raggrinzita e secca si avvicinò alla fronte di Maya e quando le dita nodose si posarono sulle sue palpebre, Maya smise di respirare. Il suo corpo si fece fermo, l’addome immobile ed il respiro, l’ultimo, s’involò nell’aria rovente, in alto con le scintille, nella notte ferita dalle lingue di fuoco.

Dodo urlava il nome di lei mentre appoggiando la bocca ed il naso nell’incavo di un braccio cercava di filtrare l’aria irrespirabile; gli occhi gonfi di lacrime e fumo dai quali sgrogava disperazione. Un essere peloso, con una grossa testa infossata nelle spalle e che pareva muoversi come una scimmia gli passò davanti in una corsa sfrenata e lo urtò facendolo cadere a terra. Gli occhi feriti di Dodo lo seguirono per brevi istanti mentre l’animale si dileguò fra le fiamme. A Dodo parve di vederlo sparire nel terreno, mentre tutt’attorno i tronchi e gli alberi cadevano crepitando in un rumore assordante e un vento fortissimo, rovente imperversava ovunque.

Dodo si diresse a tentoni nella direzione dove quell’essere era sparito e trovò una fessura nel terreno, fra due grosse rocce appiattite. Dall’apertura ampia a sufficenza perchè un uomo adulto vi si potesse passare, sentì distintamente provenire dell’aria più fredda. S’infilò istintivamente fra le due rocce per ripararsi dall’aria densa di fumo nero che si stava facendo sempre più irrespirabile e si ritrovò in un anfratto del terreno, completamente al buio. Dodo sentì subito che l’aria in quel posto era più respirabile, come se provenisse da un mondo che non aveva nulla a che fare con quello che si stava sgretolando e disfacendo in cenere e polvere a pochi metri, là fuori. Quando il respiro gli si fece più regolare tossì a lungo, sentendo i polmoni che gli bruciavano e nel contempo cercava di trascinarsi sul fondo di quel buio salvifico dove l’aria fredda sembrava davvero pulita, mossa da una corrente ascensionale che impediva all’aria satura di fumo della foresta di penetrare. Gli occhi passarono in pochi istanti dalla luce accecante della foresta infuocata al buio più totale e lui si trascinò verso l’interno a tentoni, muovendosi sulle ginocchia e protendendo le mani in avanti, come a cercare un appiglio, un punto dove aggrapparsi.

Dopo alcuni minuti, quando l’affanno lasciò il posto a un respiro più regolare, Dodo si ricordò del frontalino che ancora aveva ben fissato sulla fronte e provò ad accenderlo. Girò l’interruttore, una, due volte, ma niente; probabilmente il calore del fuoco lo aveva messo fuori uso. Fece un ultimo tentavo e questa volta il fascio di luce uscì improvviso dall’apparecchio elettrico, illuminando una caverna ampia, che sembrava inoltrarsi in profondità nella roccia. L’apertura nella montagna era sufficientemente ampia da potersi muovere stando in piedi; aveva le pareti lisce, levigate e umide, come se il cunicolo fosse stato scavato dalla forza costante di un corso d’acqua.  

Dodo avvertiva alle sue spalle il rombare dell’incendio che continuava a imperversare e istintivamente fece qualche passo in avanti, come per allontanarsi da quel pericolo dal quale era appena scampato per un soffio. Non sapeva dell’esistenza di quella caverna nel bosco, non ne aveva mai sentito parlare e nemmeno i nonni, presumeva, ne avevano mai saputo nulla, perché altrimenti gliene avrebbero senz’altro parlato, pensò. Ed era strano anche il modo in cui l’aveva scoperta, in un frangente tanto critico… con quello strano animale che gli era balzato addosso e che senza dubbio si trovava lì dentro, da qualche parte; tuttavia non si fermò a pensare oltre e spinto dalla speranza istintiva di trovare un’apertura sul fronte opposto al quale era stato costretto dalle circostanze ad entrare, decise di esplorare il cunicolo, addentrandosi oltre.

Mentre si accinse a muoversi il pensierò andò a Maya e un groppo alla gola gli bloccò il respiro; non poteva essersi salvata da quella situazione spaventosa, si disse… e come avrebbe potuto?! Grosse lacrime gli rigarono la faccia sporca di fuliggine e mentre cercava di farsi animo per andare avanti lo pervase il senso di colpa, la disperazione.

La sua amica, la testarda e dolcissima Maya, la sua compagna di giochi dell’infanzia, l’unica sua confidente dal sorriso contagioso, non l’avrebbe più rivista, mai più. Mentre camminava appoggiandosi con le mani alle pareti umide e levigate della roccia, pensò e sperò con tutto il cuore che non avesse provato dolore, che se ne fosse andata senza soffrire fisicamente, perché Maya non temeva nulla, ma proprio nulla, gli disse lei una volta, tranne il dolore fisico, la malattia, la sofferenza del corpo. Un singulto gli bloccò il respiro e fu costretto a fermarsi. Si piegò in due e poi cadde sulle ginocchia come se il dolore che gli straziava il cuore lo avesse trafitto all’improvviso; il pensiero della perdita di lei gli impediva di andare avanti e così si raggomitolò su se stesso, come avrebbe fatto un bambino piccolo, e pianse, pianse a lungo. Nella caverna si sentirono solo i singhiozzi di Dodo che s’inseguivano con l’eco del gocciolare dell’acqua che cadeva lenta dal soffitto ampio ed il resto fu silenzio.

 

See (8)

C’era una volta una fata che un po’… dormiva.

Smuove capelli morbidi, lunghi, di seta gonfia e d’aria leggera, e si mette a fissare la fiamma, la candela che scioglie, il fumo che sale sottile.
Pensa ai limoni, al bagliore e al colore, al sapore acre fra la lingua ed il palato e gioca con il giallo del fuoco e con le ombre che danzano e ancheggiano allegre attorno, a far nuovi gli oggetti, a renderli pieni, rotondi e vivi.
Pensa, sorride e sonnecchia e di magie stende l’attesa, fin oltre le forme, oltre il respiro, lento, e ne sfuma le linee globose e lisce, fra le onde dello spazio che dal tepore sale e di soffuso vive, mentre scivola nel sogno con la guancia a sentire caldo il braccio ed il legno che ne fa forma piatta.
Sonnecchia con gli occhi obliqui di un vecchio gatto stanco, a guardare il buio da sotto, che sembra più grande.
Di spezie respira la stoffa ed i pizzi alle finestre, e luce dolce e cannella s’infila fra le stelle, pensando al succo di vino, al mosto, alle foglie vecchie, piano, dorme.
Silenzio e dita ferme, naso piccolo, tondo e zitto; cade la luce, cade l’ombra, rimane il fumo, il legno tiepido, la brace spenta… la fata che s’addormenta. 😀

C’era una volta una fata che un po’… dormiva.

Sulla scia dei ricordi precedenti

Avevi la corona in testa e saccheggiavi pollai, per vivere… e camminavi con le scarpe senza suola nella neve e nel fango, ma avevi la corona in testa.
Saltavi i fossi e facevi il passo più lungo della gamba… e sopratutto più corto del fosso, sempre, però avevi la corona in testa.
Mangiavi anche fango, all’occorrenza, per “le sue proprietà antibatteriche”, dicevi, e intanto ti aggiustavi la corona sulla testa.
Camminavi storto appoggiandoti ad un bastone grosso, nodoso e anche lui, per coerenza, storto, ma il passo era regale, non c’è che dire!
Le spalle le coprivi con un tabarro logoro e sporco che aveva anche il cappuccio per quando faceva brutto tempo; però non mettevi mai il cappuccio, perchè non volevi sembrare un monaco mendicante e perchè avevi la corona in testa e quella doveva esser ben visibile.
Giocavi a farci stare la luna fra l’indice ed il pollice, alla sera, davanti al fuoco, e quando ti prendeva sonno la schiccavi come fosse una succosa ciliegia e lasciavi che il succo ti cadesse in bocca due gocce di luna prima di dormire con la tua corona calata sugli occhi; faceva fare bellissimi sogni, dicevi, e dormivi con la corona sulla fronte il tuo sonno da re.
Non parlavi mai delle mezze stagioni prima del due di dicembre, per scaramanzia, così quelle duravano di più e allontanavi l’inverno come fosse “peste e corna”, così dicevi; perchè lo si sa, in inverno anche i re possono morire, seppure con la corona in testa.
Ti specchiavi nel fondo della bacinella prima di farti la barba, poi la riempivi d’acqua e con il lungo rasoio “andavi a memoria”, dicevi, perchè uno specchio non può fare due lavori contemporaneamente e tu uno specchio solo avevi; il risultato tuttavia era sempre eccellente, salvo le basette un po’ troppo lunghe e tagliate un po’ di sbieco sulla guancia destra, ma servivano ad evitare che la corona scendesse sotto le orecchie, ti giustificavi.
Avevi una corona in testa e nessuno te la poteva togliere, nemmeno quando l’inverno peste e corna arrivò davvero e ti portò a regnare chissà dove, in un altro regno.
E lo so, son storie che si ripetono, queste dei re, ma non è colpa mia se il lieto fine proprio non se ne vuole uscire.

Sulla scia dei ricordi precedenti

Leverdiinvidiealtruiimifannopensareall’inutiledimenarsinell’acquasporcadiunapozzanghera

Galleggiare sulle passioni (o patemi reciproci) altrui, perchè sai che non potranno mai essere le tue, perchè le tue sai benissimo dove ti portano, adesso, lontanissimo, è come vedere il brulicare del mondo dall’alto, attraverso un vetro di cristallo, molto spesso, infrangibile… non ti tocca, ne sei fuori e su quel vetro ti ci puoi sdraiare sopra e dormire, volendo.

Leverdiinvidiealtruiimifannopensareall’inutiledimenarsinell’acquasporcadiunapozzanghera

Delsonnoedelsognodiadessoedelsonnoedelsognodiallora

Il sonno respinto dagli occhi perchè c’erano ore da giocare mi ha lasciata; adesso che lo cerco quando le ore dell’alba mi chiamano e mi agitano ventagli tiepidi dietro la nuca smuovendo i capelli, e ne sento il profumo di aria nuova, facendomi girare per guardare oltre il vetro la rappresentazione delle meraviglie, il sonno è lì che mi porta.

Non so più dormire con il desiderio di continuare a giocare. Sarà la vecchitudine?

Mi addormento con il desiderio di dormire e di continuare a sognare, quasi che quell’altro mondo blu e indaco avesse preso il sopravvento, non mi ricordo come, quando è accaduto. E’ un mondo di Silenzio e molto bello.

Mi lusinga e raccoglie i battiti e poi li culla, quasi che il sonno blu e profondo mi guidasse anche di giorno e mi facesse attraversare le vie notturne mentre vivo sotto il sole alto, con il selciato bagnato di foglie che brilla sotto ai lampioni e la nebbia che chiama in fondo al viale di pioppi.

E’ così nei boschi, è così quasi sempre.

Un tempo era il sole alto che mi chiamava al gioco, adesso sono io che chiamo il sole da un modo d’ombra, che percorro ad occhi chiusi, perchè lo conosco bene, sempre meglio.

Delsonnoedelsognodiadessoedelsonnoedelsognodiallora

Dormo?

Non dormo. Sono le 5.11 di mattina e non dormo. Mai sofferto d’insonnia, mai avuto problemi a dormire, io. E però non dormo. E quindi scrivo. Di che? Dei cambiamenti in atto? E no, perchè magari non sono propriamente cambiamenti veri, nel senso che magari non cambia proprio niente da domani. Sarebbe uno scrivere inutile, come è inutile pensare a cosa è meglio scrivere alle cinque e mezza di mattina, mi rendo conto. Ci sono sì, questi pensieri che sanno di panno arancione steso al sole ad asciugare; un panno leggero, enorme, come una tenda che cerca il calore in questa notte che di caldo ha solo il ricordo del giorno passato, ma non mi funzinano come calmante rincoglionente. Mi fischiano le orecchie e mi preoccupo, che non dormire ed avere le orecchie che fischiano vorrà pur dire qualcosa, no? E non so se è propriamente una cosa buona, tuttavia mi rimetto a vedere questo panno caldo dipinto di sole e cerco di rilassarmi per farmi portare via e lasciarmi scivolare nel mondo dei sogni, forse. Niente, sto con gli occhi di fuori e mi metto a pensare alle scimmie, adesso. Non lo so perchè, ma mi sono venute in mente le scimmiette, quelle piccole. Non lo si capisce il perchè, ma certo è che le scimmie non conciliano il sonno; quelle si muovono veloci, saltano, urlano. Naaa, niente, non funziona. Smetto, che nemmeno se scrivo dormo. Nemmeno se dormo, dormo stanotte, mi sa. Che sia l’età? Sto invechiando? Ma che domande mi faccio!? E’ ovvio che sto invecchiando, ne ho tutti i sintomi!

Dormo?