Neze (4)

L’uomo senza faccia gli stava sussurrando all’orecchio qualcosa, ma Dodo non riusciva a sentire, non capì, ma avvertì la ripugnanza, la sgradevole sensazione che quell’essere gli faceva entrare nella pelle. Così vicino, così schifosamente avvinghiato al suo corpo, aggrappato alle sue spalle con lunghe dita scarne dalle unghie sporche e unte che gli entravano nella carne, la pelle flaccida e lattiginosa che gli cadeva addosso ovunque come se le ossa non riuscissero a svolgere alcuna funzione in quel corpo sfatto e molle. Doveva scrollarselo di dosso, ma non riusciva a muoversi, non sapeva in che modo prenderlo per scaraventarlo lontano. Gli si era incollato addosso come un lattice putrefatto e se lo sentiva ovunque, mentre da dietro l’orecchio quello ghignava e biascicava qualcosa; un’orrenda litanìa senza senso.

Dodo cercava con tutte le sue forze di toglierselo di dosso e con una mano riuscì ad afferrargli un avambraccio, trascindandolo su uno dei suoi fianchi, per poterlo avere di fronte e liberarsi le braccia, mentre quello tentava continuamente di risalirgli sulle spalle e di aggrapparsi a lui con ogni mezzo. Dodo si sentì salire una rabbia inconsulta e con uno sforzo estremo lo afferrò sotto la gola con la mano sinistra e riuscì a liberarsi la spalla ed il braccio destri. Lo afferrò alla gola con entrambe le mani e l’uomo senza faccia cominciò ad assumere un colore rossiccio, poi violaceo, bluastro e infine mollò la presa e lasciò cadere le braccia flaccide e magre all’indietro. La grossa testa penzolò fra le mani di Dodo che non accennavano a mollare la presa. Dodo si stupì del fatto che quell’essere non aveva peso; era come uno straccio inutile e schifosamente sporco fra le sue mani. Istintivamente lo gettò lontano e si guardò le mani. Erano pulite e lui lo aveva ucciso.

Il Cane Bianco Riapparve mentre Dodo dormiva sdraiato a terra, nella ghiaia umida, spossato dalla situazione e da tutti quei pensieri cupi e oscuri che lo avavano avvolto all’improvviso. Il rumore dell’acqua che scorreva in lontananza e il gocciolìo della caverna lo avevano cullato e portato fra le braccia di Morfeo.

Il pelo dell’animale riprese a brillare, come alimentato da un’energia vitale che proveniva dall’ambiente circostante, o da chissà dove. Man mano che il Cane Bianco si avvicinava a Dodo con passi brevi e lenti, la luce dapprima fioca, simile a una nebbia rada, si accese pian piano, divenendo sempre più intensa e chiara.

Il Cane Bianco si accucciò vicino a Dodo, così vicino che lui ne sentì l’odore acre di terra e acqua e muschi; fu quell’odore a svegliarlo. Quando riaprì gli occhi, come in un sogno, ci mise un po’ a mettere a fuoco la sagoma dell’animale che gli stava accanto; era davvero magnifico, un cane come non ne aveva mai visti, si ritrovò a pensare. E si stupì di non averlo notato prima. Poi la consapevolezza si fece strada nella sua mente assonnata e Dodo si riebbe improvvisamente, quasi con un sussulto.

Si rese conto della situazione; la caverna era nuovamente illuminata, poteva procedere il cammino, si disse con una concitazione che gli cresceva dentro. Si guardò attorno: si trovava al centro di uno stanzone dalle pareti altissime, una magnifica cattedrale di roccia sotterranea; stalattiti e stalagmiti si allungavano a creare torri gotiche dalle forme meravigliose e incredibili, altissime fino all’inverosimile, tanto che non se ne vedeva la fine.

Dodo non aveva mai visto nulla di simile e nemmeno si sarebbe mai immaginato che in Natura potesse esistere un posto come quello; invece era lì davanti ai suoi occhi sgranati e increduli. La luce che emanava il cane Bainco illuminava l’enorme grotta con un’intensità notevole, ma l’effetto era dolce, quasi che le particelle luminose andassero ad accarrezzare le superfici fredde, lisce, fantastiche, senza aggredirle. Tutto quanto, le forme, le proporzioni, la materia, tutto ciò che lui vedeva era armonicamente bilanciato in quella visione sublime e a Dodo sembrò, ancora una volta, di essere stato risucchiato in un sogno, in una qualche dimensione a lui prima sconosciuta, ma concreta, viva e pregna di elementi che gli lasciavano sensazioni così vive e forti da stordirlo.

Non ricordava, non sapeva da dove gli venisse la consapevolezza che quella che gli stava sfilando sotto gli occhi era in realtà la Vera Bellezza, e si disse che forse era la prima volta che la vedeva davvero. Qualche cosa di simile lo aveva provato nelle sue lunghe camminate nella faggeta, o lungo i sentieri che lo avevano portato in alto, sulle montagne scoscese che si protendevano sul Grande Lago, ma per quanto quei momenti e quelle visioni lo avessero lasciato con il cuore leggero e felice, non fu nulla di così vivido e intenso come ciò che stava provando in quel momento. E fu stranamente felice di rendersene conto. Questo sentimento di leggerezza lo sconvolse un po’ mentre il pensiero tornò a Maya e si sentì una fitta nel petto.

Il Cane Bianco si alzò, lo guardò fisso negli occhi e Dodo ebbe per un momento la sensazione che quell’animale gli leggesse fino nel profondo dell’Anima; distolse lo sguardo, come per proteggersi da tanta invadenza. Il Cane Bianco si mosse ed il pelo luminoso ondeggiò in un movimento d’invito. Dodo si rialzò in fretta e lo seguì, sperando che tutta quella luce non svanisse di nuovo.C’era qualche cosa di diverso, adesso, in quell’animale magnifico; Dodo se ne rese conto, ma non riusciva a capire quale fosse il particolare che gli stava sfuggendo.

Mentre camminava seguendo il passo del Cane Bianco, Dodo osservava tutta quella magnificenza di rocce e colori e riflessi liquidi che gli sfilavano attorno, si rese conto che in lui era accaduto qualcosa durante quel sonno arrivato all’improvviso, dopo la disperazione per la perdita di Maya; si rese conto che l’idea della perdita della sua amica lo feriva ancora e dolorosamente, ma c’era qualche cosa che gli permetteva di non cedere, di sentirsi presente a se stesso e di godere di tutta quella bellezza che lo stava accompagnando.

Era come se i suoi occhi riuscissero a vedere la sua Realtà in un modo diverso, più luminoso e più efficace, ora. E man mano che questo pensiero si allargava nella sua mente, la luce che emanava dal Cane Bianco si faceva più intensa e netta; era come se la mente di Dodo fosse direttamente legata alle reazioni fisiche dell’animale. Anche la stanchezza che si era portato addosso in tutti quei mesi di notti insonni e id penseri invischiati di paure irrazionali stava svanendo, e si sentiva forte e tranquillo, mentre i suoi passi si facevano sicuri, cadenzati e ritmati dal rumore della ghiaia.

Giunsero in un punto dove la caverna si stringeva fino a ridursi ad una galleria piuttosto stretta e angusta. Durò a lungo e Dodo in alcuni punti dovette piegarsi fin quasi a camminare con le mani appoggiate a terra, ma non sentì la stanchezza, non avvertì nessun disagio e tantomeno si chiedeva se alla fine di quel lungo cunicolo ci sarebbe stata la vita e la salvezza, o se lo stava aspettando solo un’altro stanzone di roccia. Smise di pensare a quello che lo attendeva, smise di pensare a tutto e si limitò a camminare senza perdere di vista il Cane Bianco. E fu allora che se ne accorse: non avvertiva più nessun suono, solo i suoi passi e quelli del Cane Bianco sulla ghiaia ed il fiume d’acqua che scorreva lontano, da qualche parte sotto la roccia.

Dodo realizzò in quel momento che il collare di campanellini era sparito dal collo dell’animale.

Dodo si ritrovò a vivere il disagio dei mesi precedenti, all’improvviso e senza alcuna spiegazione. Pensò che qualcuno doveva averglielo tolto… pensò che un cane non si può togliere un collare da solo… pensò che però quello non era un cane come tutti gli altri e che niente di ciò che stava vivendo aveva sentore di logica e di razionale. La luce del Cane Bianco si fece un po’ più fioca e Dodo sussultò. Il Cane Bianco si fermò e lo guardò e Dodo capì. Doveva smetterla di occupare la mente con pensieri inutili e continuare a camminare. Nell’istante preciso in cui si affacciò questo pensiero nella sua mente il pelo del Cane Bianco tornò a illuminare il cunicolo con la stessa intensità di prima e l’animale riprese a camminare. Dodo lo seguì.

Il cunicolo si stava aprendo sempre più ed il rumore dello scorrere dell’acqua era sempre più vicino ed intenso. Quando il Cane Bianco uscì dalla galleria e Dodo lo raggiunse, quello che si aprì davanti ai suoi occhi fu qualche cosa di grandioso.

 

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Digressione

Ee (9)

Il Cane Bianco portava un collare con campanellini di cristallo al collo; aveva il pelo traslucido, come se fosse stato immerso in una tinozza di polvere fluorescente e si muoveva nel buio in circolo, lentamente, come fanno i lupi quando in branco accerchiano la preda, ma il Cane Bianco non aveva intenzioni minacciose, non sembrava nemmeno inquieto, non sembrava avere fretta; sembrava invece essere a proprio agio, seppure un po’ risentito dall’attesa, lì nel buio della caverna, al centro della montagna.

Dodo lo vide attraverso gli occhi annebbiati dalle lacrime; dapprima vide una luce sfuocata e flebile come la fiamma di una candela che ondeggiava nel buio, poi le forme presero contorni più nitidi e definiti, chiari. Emanava una luce propria, il Cane Binaco, come se il manto fluorescente fosse percorso da una corrente elettrica che ne definiva le forme di lupo. Adesso si era messo flemmaticamente seduto al buio; stava in attesa. Sembrava una di quelle abat jour che si trovano sulle bancarelle cinesi, quelle a forma di elefante con le lampadine interne.

Il Cane Bianco fissava Dodo dal buio della caverna e dal suo atteggiamento, da quello sguardo canino immerso nel buio, sembrava trasparire una certa sonnolenza, o forse noia, come se fosse stato sempre lì e fosse stato costretto ad attendere per chissà quanto tempo.

Dodo si ricordò di aver notato quel tipo di sguardo negli occhi di alcuni cani lasciati ad attendere dai loro padroni all’entrata dei supermercati. All’improvviso, come ipnotizzato, venne assorbito da quella strana visione sotterranea e per un momento si dimenticò del dolore che provava per la perdita della sua amica Maya.

Osservò per un tempo indefinito il Cane Bianco: non riusciva a decifrarlo. L’atteggiamento dell’animale non faceva pensare a nulla di minaccioso, ma la strana luce che emanava dal suo manto rendeva l’atmosfera pregna di un’inquietudine sottile, latente, come quando l’aria si carica di elettricità in vista di un temporale estivo.

Dodo riuscì a rimettersi in piedi, sfiorando con la testa la roccia del cunicolo che si apriva verso un’ ampia stanza di roccia al centro della quale lo strano animale se ne stava seduto immobile, con un atteggiamento da ospite svogliato e un po’ distratto. Dapprima lentamente, poi con un movimento sempre più frenetico, il Cane Bianco si grattò dietro ad un orecchio con la zampa posteriore ed i campanellini di cristallo presero a suonare velocissimi per alcuni lunghi secondi.

Dodo trasalì riconoscendo il suono che lo aveva tenuto sveglio in tutti quei mesi. Era quello il suono dei campanellini dei quali aveva tanto parlato a Maya; erano quelli appesi al collare di quello strano cane. Nel momento esatto in cui Dodo se ne rese conto il Cane Bianco si alzò e si mosse, addentrandosi verso il fondo della caverna; si muoveva lentamente, con estrema flemma ed eleganza e dopo alcuni passi si fermò, girò la testa verso Dodo, come per dirgli che doveva seguirlo, e poi riprese a camminare.

Dodo si mosse e seguì il Cane Bianco, mentre la caverna si apriva sempre più ampia man mano che i due si addentravano nella montagna e più si addentrvano e più la luce che emanava dall’animale si faceva forte ed intensa, illuminando le nude pareti di roccia e gli ampi stanzoni ed anfratti che si aprivano tutt’attorno; era come se il buio più profondo alimentasse la luce dell’animale e più si spingevano in profondità e più il Cane Bianco si caricava di luce viva.

L’odore della terra arrivò al cervello di Dodo e lui si rallegrò stranamente della freschezza umida che ne scaturiva; gli ricordava i prati bagnati dalla pioggia, l’odore dei torrenti in piena, del legno secco trascinato a riva, dello scrosciare degli acquazzoni sulle foglie della faggeta, della fuga degli animali selvatici e della loro paura improvvisa, dei loro movimenti invisibili e silenziosi nella boscaglia.

Erano sensazioni che riaffioravano dal buio antistante, mentre i suoi occhi fissavano la strana fonte di luce che lo precedeva.

Dodo era come ipnotizzato da quella luce sempre più intensa e cercava di tenere il passo, per non perderla, per starle dietro; il Cane Bianco da parte sua teneva un’andatura lenta, procedeva senza fretta, come se fosse sua intenzione farsi seguire senza che Dodo lo perdesse di vista.

Le pareti di roccia si coloravano di blu cobalto, argento e piombo e ampie venature di rocce più chiare, alcune lisce, altre frastagliate e dalle forme bizzarre di quarzi violacei e cristalli trasparenti brillavano tinte vivacemente dai riflessi dei minerali, dipingendo il passaggio di luci incredibili e dalle tonalità fantasiose. Le ombre di Dodo e del Cane Bianco si muovevano altissime, stagliandosi e allungandosi in alto, verso il vuoto degli stanzoni che si facevano sempre più ampi e vuoti.

Il suono dei loro passi sulla ghiaia li accompagnava in un ritmo lento, continuo, come fosse il battito di un unico organismo e come se la ghiaia stessa facesse parte di questo organismo.

Il Cane Bianco all’improvviso si fermò, si voltò per guardare Dodo; si fissarono negli occhi per alcuni brevi istanti e poi, all’improvviso, la luce si spense e Dodo si ritrovò al buio, ancora, di nuovo. Si rese conto in quel momento di trovarsi chissà quante centinaia di metri sotto terra, al centro della montagna. Si rese conto che lungo il tragitto non aveva tenuto conto di alcun punto di riferimento, tanto era assorto dalla luce del cane Bianco e nemmeno aveva cognizione di quanto fosse durato.

Si ricordò che  aveva tenuto il frontalino acceso e che ora la pila era completamente scarica. Dodo venne colto dal panico e la sua testa cominciò a girare. Cadde in ginocchio, mentre la disperazione gli saliva dallo stomaco. Disse qualcosa, chiamò il cane, ascoltò la sua voce nel buio, ma nulla. Gli rispose solo l’eco sordo e prolungato della sua voce e poi fu di nuovo il silenzio ed il buio più profondo.

Ee (9)

Fra i piedi e un capoccione di solito preferisco i piedi.

C’erano una volta due piedi e uno dopo l’altro seguivano i loro passi.
A volte correvano, ma più spesso camminavano, e nemmeno tanto in fretta, a voler esser sinceri. Appartenevano a Qualcuno, ma non se ne curavano; a loro bastava camminare. Quando Qualcuno dormiva, loro riposavano e quando Qualcuno si alzava dal letto, loro si mettevano a camminare, strascicandosi sul pavimento, finchè Qualcuno non si sentiva abbastanza sveglio. Poi uscivano in strada e gurdavano il mondo dal basso, a raso terra e si stupivano del mondo ad ogni passo. C’erano dunque questi due piedi che a furia di gironzolare avevano capito che le meraviglie sono molte da vedere e vollero così decidere per le mete più lontane, quelle più avventurose, quelle meno monotone e ordinarie insomma.
Purtroppo Qualcuno aveva un gran capoccione lassù e quello era pigro, pauroso, era pesante e sonnecchiava anche di giorno, perchè pensava troppo, diceva, e si annoiava comunque e sempre a morte.
I due piedi non capivano, non capivano perchè, come si potesse fare ad annoiarsi tanto in un mondo così grande, dove c’era tanto da camminare, da correre, da calpestare. Eppure il capoccione di Qualcuno, lassù, sospirava, gemeva languido, si appoggiava su un cuscino di qua, poi su una mano di là…; in poche parole ai due piedi quel capoccione risultava assolutamente insopportabile! Così decisero di non dargli più corda e di prendere loro l’iniziativa.
Una mattina di dicembre i due piedi uscirono dal letto, si guardarono un attimo strofinandosi l’uno contro l’altro e si misero in movimento. E partirono, mentre il capoccione sembrava dormire ancora e ancora e ancora. I due piedi presero un treno e per un po’ stettero a gongolare e a dondolare guardando il corridoio fra i sedili, le valigie che entravano e uscivano, altri piedi che passavano; alcuni loquaci, altri meno, ma tutti molto attivi e curiosi. Il capoccione di Qualcuno, intanto sonnecchiava appoggiato al finestrino.
Poi scesero dal treno e videro moltissimi altri piedi che correvano e che camminavano e venne voglia anche a loro di muoversi più veloci e di correre un po’; purtroppo Qualcuno si trascinava una valigia bella grande e non potevano fare un granché.
Gironzolarono un po’ e poi salirono su un taxi e poi su un aereo e infine scesero in un paese dove c’era sabbia dappertutto. Non videro l’ora di calpestare la sabbia, di tuffarcisi dentro, di sentirsi la polvere dappertutto e di scaldarsi al sole dopo tanti anni a calpestare cubetti di marmo freddo. Il capoccione intanto faceva sbadigliare Qualcuno lassù e un po’ ciondolava e sudava, mentre loro si misero all’opera e cominciarono il vero viaggio… che forse continua ancora, fra la terra ed il sottosuolo.

Fra i piedi e un capoccione di solito preferisco i piedi.

L’analisi con le bambole di porcellana

Andavano in molti a trovarla; parenti, amici degli amici dei genitori, cugini e fratelli del capo ufficio del padre, il panettiere, la barista, che chiudeva il bar per un po’ di ore pur di andarla ad ascoltare; anche l’Arturo, che teneva l’edicola aperta tutti i giorni di festa e tutte le domeniche, per un po’ chiudeva e andava a trovarla, quando lei poteva riceverlo… insomma, in molti, l’andavano a trovare.
Perchè da un paio di mesi si era sparsa la voce che lei sapeva tutto di chiunque, anche ciò di cui nessuno parlava mai, anche delle cose più intime e scabrose, o semplicemente intime e nascoste, spesso inutili, a volte talmente segrete che nemmeno il diretto interessato ne poteva sapere nulla; ma lei sì, lei le conosceva e le raccontava anche.
E così tutti andavano a trovarla e facevano la fila per vederla, perchè erano curiosi di sentirsi dire quello che nessuno sapeva sul loro conto, nemmeno loro stessi.
Lei li riceveva, sempre gentile, con il sorriso negli occhi mentre giocava con la sua bambola di porcellana e muoveva veloce le manine piccole a pettinare i lunghi capelli rossi ed i pizzi e merletti degli abiti da principesse, a vestire le braccia fredde e dure con maniche ricamate e infilarvi a forza le piccole dita finte.
Lei stava seduta un po’ di lato, vicino alla finestra grande e li riceveva così, con le gambe ripiegate sul tappeto morbido e bianco, vestita con il suo vestitino azzurro ed il nastro di raso da bambola fra i capelli d’oro.
La nonna se ne stava vicno alla finestra, nella sua grande poltrona e la osservava ogni tanto di sottecchi, mentre continuava abile e veloce il suo lavoro a maglia; prendeva forma una coperta immensa e coloratissima, veramente bella, che la piccola ogni tanto toccava allungando le braccia e immergendovi le mani, sorridente, compiaciuta.
Entravano uno alla volta e si sedevano su una sedia vicino ad un tavolino messo al centro della stanza; sul tavolino c’erano dei biscotti piccoli sparsi sopra un vassoio d’argento,
Nessuno assaggiava mai nemmeno un biscotto, anche se dovevano essere buonissimi, perchè in quei momenti avevano ben altro a cui pensare.
Lei li guardava entrare e quando si erano seduti li salutava chiamandoli per nome, anche se non li aveva mai visti:
– Ciao Signor Quinto!-
oppure
-Buongiorno Signora Serena!-
Loro sbarravano gli occhi, deglutivano un po’ e si aggrappavano alla sedia, come se dovessero caderne da un momento all’altro, rispondendo spesso balbettando, con un ciao sommesso, o un buongiorno Signorina Bianca.
Tutti la chiamavano Signorina Bianca, un po’ perchè lei davvero sembrava bianchissima, come la luce del sole quando si riflette sulla neve, ma anche perchè lei effettivamente è così che si chiamava.
Vedendola si pensava subito che i genitori ci avevano preso, per una volta.
Cominciava sempre lei il discorso, perchè loro, di solito, non sapevano da dove cominciare e allora la si sentiva dire:

– So che vuoi sentire la tua storia. Te la racconto?-

E quelli annuivano tutti e la fissavano seri.

Entrò Terenzio e anche lui annuì e la fissò serio.

– Sei un po’ scemo, Terenzio. Lo sei sempre stato, ma oramai te ne sei fatto una ragione, anche se un po’ ti spiace che la Signora Teresa non ti abbia voluto sposare per questo motivo, e preferì invece il Mario della cantina che certo non è meno scemo di te, ma di sicuro ha molti più quattrini. Però adesso stai tranquillo nel tuo negozio e ti sei abituato all’odore della pelle conciata, che invece da piccolo ti faceva davvero schifo. Sai che se non fosse per tuo fratello non riusciresti a mandare avanti il negozio, perchè sei un po’ scemo e questo fatto ti fa molta rabbia.
Ti arrabbi molto quando tuo fratello ti dice che sei scemo e lui lo sa e te lo dice spesso. Quando te lo dice te ne corri al porto e ti metti a guardare le gru che scaricano le navi, così ti senti un po’ meglio, come se ad ogni scarico qualcuno ti levasse un po’ di peso dal cuore. Farai ancora molte volte la strada che dal negozio va verso il porto; la farai a piedi, camminando svelto all’andata e più lento al ritorno, anche quando sarai vecchio, e ogni volta le gru ti alleggeriranno un po’ il cuore.-

La nonna sembrava non ascoltare e continuava a sferruzzare, guardandola distrattamente ogni tanto e di sottecchi.

– Un giorno non dovrai più andarci al porto, perchè non ci sarà più nessuno in negozio a dirti che sei un po’ scemo. Da quel giorno tu gestirai il negozio da solo, anche se non lo potrai fare per molto tempo; però in quel poco tempo sarai libero e sarai davvero felice.-
Bianca mentre parlava sorrideva sempre con gli occhi e continuava a giocare con la sua bambola di porcellana.Poi smetteva di parlare, fermava il suo gioco e fissava chi le stava di fronte, seria.

-Ciao Terenzio.-

Terenzio aveva ascoltato tutto con le labbra contratte e sempre più tremanti, con il viso rosso e gli occhi gonfi di lacrime, ma quando Bianca disse che per un po’ sarebbe stato felice, un po’ sorrise addirittura e piangeva davvero, adesso, copiosamente. Si tolse un fazzolettone verde dalla tasca dei pantaloni di fustagno, si soffiò il naso e si alzò muovendosi piano, un po’ di sbieco per evitare il tavolino. Fece poi un inchino buffo prima di girarsi verso la porta con le spalle chine, tirando un po’ su con il naso e, dopo un passo, si sorprese a sorridere per voltarsi di nuovo e dire:

-Grazie Signorina Bianca!-

– Prego Terenzio! Ciao!-

E Terenzio uscì sereno, con il pianto nel fazzolettone verde e l’animo ed il cuore un po’ meno pesanti.

Bianca faceva sempre quell’effetto, perchè non risparmiava niente a nessuno, ma poi addolciva con una verità consolatoria, quasi sempre. E questa bastava, perchè era la verità che tutti si volevano sentire dire, per potersi meglio sopportare, ed assolversi e per poter così sopportare la vita.
Entrò una signora distinta che indossava un abito molto bello color smeraldo; occhi neri e profondamente tristi, si sedette con grazia sulla sedia al centro della stanza, le mani pallide e magre sul grembo.

– Ciao Teresa!-

– Buongiorno Signorina Bianca.-

– So che vuoi sentire la tua storia; te la racconto?-

L’analisi con le bambole di porcellana

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Il sonno respinto dagli occhi perchè c’erano ore da giocare mi ha lasciata; adesso che lo cerco quando le ore dell’alba mi chiamano e mi agitano ventagli tiepidi dietro la nuca smuovendo i capelli, e ne sento il profumo di aria nuova, facendomi girare per guardare oltre il vetro la rappresentazione delle meraviglie, il sonno è lì che mi porta.

Non so più dormire con il desiderio di continuare a giocare. Sarà la vecchitudine?

Mi addormento con il desiderio di dormire e di continuare a sognare, quasi che quell’altro mondo blu e indaco avesse preso il sopravvento, non mi ricordo come, quando è accaduto. E’ un mondo di Silenzio e molto bello.

Mi lusinga e raccoglie i battiti e poi li culla, quasi che il sonno blu e profondo mi guidasse anche di giorno e mi facesse attraversare le vie notturne mentre vivo sotto il sole alto, con il selciato bagnato di foglie che brilla sotto ai lampioni e la nebbia che chiama in fondo al viale di pioppi.

E’ così nei boschi, è così quasi sempre.

Un tempo era il sole alto che mi chiamava al gioco, adesso sono io che chiamo il sole da un modo d’ombra, che percorro ad occhi chiusi, perchè lo conosco bene, sempre meglio.

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Capita di inciampare e finire con la faccia a terra, a volte, e poi il naso che sente l’odore dei passi si storce un po’, di curiosità, se non altro. Può capitare di starci così vicino al sottosuolo che ti viene da appoggiare l’orecchio ed ascoltare, perchè lo hai visto fare agli indiani nei film western e ti piace provare.

Allora lo senti brulicare, probabilmente, e ci scaveresti un po’, giusto perchè ti chiedi cos’è che lo smuove. Pensi che lo puoi fare piano, piano, con le dita che prendono a muoversi appena affondando le unghie e ti contorci come fanno i serpenti della sabbia o i pesci sul fondo del mare, per affossarti di più e nasconderti un po’, ancora un po’, più sotto.

E quando scendi lì sotto a forza di scavare, ti fermi e ascolti e ci sono altri animali che scavano, forse dei roditori. Adesso sei abbastanza sotto e vedi il buio e diventi buio. Ti immagini i denti gialli dei topi, delle arvicole, delle talpe: denti piatti, famelici. Ascolti le loro zampe frenetiche affondare nella terra, li senti; ciottoli e sassi smossi, radici strappate, linfa lattiginosa che sgorga e si perde, sangue degli esseri verdi che gocciola da mille, piccole ferite sfilacciate.

Senti il liquido d’acqua che s’insinua fra i pori oscuri e gli anfratti e le fessure profonde e lo senti sparire, forse in qualche fiume che scorre ancora più sotto. Pensi che vorresti essere più liquida, per fare meno fatica. A sto fatto di fare meno fatica ci pensi sempre. No, è che per scorrere via, sarebbe meno faticoso essere liquidi, che startene lì a scavare, con un corpo troppo solido, ingombrante e per nulla adatto alla vita sotto terra, ma forse nemmeno sulla Terra.

Poi il brulicare dei lombrichi che mangiano la terra nera e la riproducono in cumuli di merda fertili, utili; mica come quella che si produce lassù, pensi. Senti sotto i polpastrelli  coleotteri lisci e rotondi, le zampe forti e le mandibole impietose che afferrano, frantumano e bocche fameliche ingoiano e procedono.

Consideri il fatto che sei un essere abbastanza inutile laggiù, fintantoché sei viva; poi ti ricredi e consideri il fatto che lì sotto sei fuori posto, ma lo sei né più, né meno di come lo eri lassù, avvolta da sudari di incompiutezza, compressa da chiacchiere delle quali ormai osservi solo le salive innaffiare l’aria, e sacchi di supponenza accumulati ad arginare paure, con le mani compresse sulla bocca a tenerti le parole in gola ed i pensieri lasciati a stuprarti l’anima.

Francamente, dovendo fare un bilancio d’inutilità, lì sotto potresti quantomeno essere un oggetto fertile, una volta spenta. Ma opti per la naturalità delle cose e ritorni al tuo posto, ti alzi e te ne vai ad occupare la superficie, probabilmente a tuffarti in mare, per toglierti quella terra di dosso.

E mentre nuoti pensi che oggettivamente parlando,vivere come un lombrico avrebbe più senso.

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