Mi aspettavo altro, lo confesso

Da te mi aspettavo altro, lo confesso;

mi aspettavo che avresti saputo capire di me ciò che io non so nemmeno vedere, e che me lo spiegassi nei dettagli, perlomeno.

Mi aspettavo che mi prendessi sul serio, e non tanto per dire, e che una volta presa(mi) come conviene, ti prendessi tutte le responsabilità del caso, anche quelle che non mi sarei mai e poi mai presa io fossi stata al posto tuo, non c’è bisogno di dirlo, ma te lo devo dire lo stesso.

Da te mi aspettavo quella maturità che non ho mai maturato di mio, perché se l’avessi maturata di mio, che bisogno c’era di aspettarmi la stessa medesima maturità da te, eh?!

Da te mi aspettavo una dichiarazione palese, ma contenuta; chiara, ma non troppo esplicita; romantica, ma non svenevole; diretta, ma non imbarazzante! Eccheccevò?!!

Da te mi sarei aspettata quel mazzo di rose non rosse, ma rosee; non spinose, ma nemmeno finte; non pretenziose, ma perlomeno eleganti; non scialbe, ma nemmeno volgari… delle rose un po’ girasoli, un po’ tulipani, ecco… un mazzo di rose così, almeno questo!

Da te mi aspettavo la profondità pacata di chi sa cogliere l’essenza profonda dell’esistere cosmico, senza cadere nell’effimero sragionare logorroico del filosofo new age!

Da te mi aspettavo quel tocco magico dell’uomo concreto alla Mister Wolf, pratico e pragmatico, che sa risolvermi le situazioni mediocremente contingenti del quotidiano, ma senza annoiarmi facendomi accorgere che il quotidiano, effettivamente, esiste.

Da te mi aspettavo il filo di follia che all’occorrenza sa trasformarsi in esplosiva creatività, ma senza che questo ti facesse sfavillare troppo, coprendo con la tua ombra la mia incommensurabile persona.

Sì, insomma, non volermene, ma devo dirtelo: da te mi aspettavo altro, ecco.

 

 

Mi aspettavo altro, lo confesso

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Fin che ce n’è…

Se ne stava disteso lungo tutta la linea visibile, ampio come tutto ciò che si poteva vedere e distante come tutto ciò che si poteva guardare; era il mare.
Poi però si levò la sabbia e spense la luce facendone carta filtrata e piccoli grumi di pollini duri si spandevano con il vento e si tinsero di rosso d’onde, sferzanti e taglienti volavano lamine d’aria; era il deserto… anzi, la tempesta nel deserto, che bisogna esser precisi.
Si giocava il full d’assi a colmare certezze occultate, le uniche che aveva e le aveva tutte, poi scrutava silente da sotto le coltri di ciglia, fino ad allungare le mani con dita pallide, affusolate e lente e lunghe come ombre; era la notte e vinceva sempre, lei.
Saltellava zompettante e scardinato come le ruote che si staccano dal carro in corsa lungo i versanti, incontro all’ultimo viaggio, lanciato sui pendii rocciosi e scoscesi e, nemmeno a dirlo, intanto si lamentava con nenie gementi e patetiche preghiere; era il passato che arrancava frenetico e non sapeva più giungere.
C’era un mucchio da vedere, insomma, e me ne stetti ad ascoltare, perchè sbaglio sempre frequenza quando si tratta di sintonizzare i sensi; fa niente, tanto ce n’è finché ne voglio, ce n’è fino alla fine, perlomeno.

Fin che ce n’è…

L’analisi con le bambole di porcellana

Andavano in molti a trovarla; parenti, amici degli amici dei genitori, cugini e fratelli del capo ufficio del padre, il panettiere, la barista, che chiudeva il bar per un po’ di ore pur di andarla ad ascoltare; anche l’Arturo, che teneva l’edicola aperta tutti i giorni di festa e tutte le domeniche, per un po’ chiudeva e andava a trovarla, quando lei poteva riceverlo… insomma, in molti, l’andavano a trovare.
Perchè da un paio di mesi si era sparsa la voce che lei sapeva tutto di chiunque, anche ciò di cui nessuno parlava mai, anche delle cose più intime e scabrose, o semplicemente intime e nascoste, spesso inutili, a volte talmente segrete che nemmeno il diretto interessato ne poteva sapere nulla; ma lei sì, lei le conosceva e le raccontava anche.
E così tutti andavano a trovarla e facevano la fila per vederla, perchè erano curiosi di sentirsi dire quello che nessuno sapeva sul loro conto, nemmeno loro stessi.
Lei li riceveva, sempre gentile, con il sorriso negli occhi mentre giocava con la sua bambola di porcellana e muoveva veloce le manine piccole a pettinare i lunghi capelli rossi ed i pizzi e merletti degli abiti da principesse, a vestire le braccia fredde e dure con maniche ricamate e infilarvi a forza le piccole dita finte.
Lei stava seduta un po’ di lato, vicino alla finestra grande e li riceveva così, con le gambe ripiegate sul tappeto morbido e bianco, vestita con il suo vestitino azzurro ed il nastro di raso da bambola fra i capelli d’oro.
La nonna se ne stava vicno alla finestra, nella sua grande poltrona e la osservava ogni tanto di sottecchi, mentre continuava abile e veloce il suo lavoro a maglia; prendeva forma una coperta immensa e coloratissima, veramente bella, che la piccola ogni tanto toccava allungando le braccia e immergendovi le mani, sorridente, compiaciuta.
Entravano uno alla volta e si sedevano su una sedia vicino ad un tavolino messo al centro della stanza; sul tavolino c’erano dei biscotti piccoli sparsi sopra un vassoio d’argento,
Nessuno assaggiava mai nemmeno un biscotto, anche se dovevano essere buonissimi, perchè in quei momenti avevano ben altro a cui pensare.
Lei li guardava entrare e quando si erano seduti li salutava chiamandoli per nome, anche se non li aveva mai visti:
– Ciao Signor Quinto!-
oppure
-Buongiorno Signora Serena!-
Loro sbarravano gli occhi, deglutivano un po’ e si aggrappavano alla sedia, come se dovessero caderne da un momento all’altro, rispondendo spesso balbettando, con un ciao sommesso, o un buongiorno Signorina Bianca.
Tutti la chiamavano Signorina Bianca, un po’ perchè lei davvero sembrava bianchissima, come la luce del sole quando si riflette sulla neve, ma anche perchè lei effettivamente è così che si chiamava.
Vedendola si pensava subito che i genitori ci avevano preso, per una volta.
Cominciava sempre lei il discorso, perchè loro, di solito, non sapevano da dove cominciare e allora la si sentiva dire:

– So che vuoi sentire la tua storia. Te la racconto?-

E quelli annuivano tutti e la fissavano seri.

Entrò Terenzio e anche lui annuì e la fissò serio.

– Sei un po’ scemo, Terenzio. Lo sei sempre stato, ma oramai te ne sei fatto una ragione, anche se un po’ ti spiace che la Signora Teresa non ti abbia voluto sposare per questo motivo, e preferì invece il Mario della cantina che certo non è meno scemo di te, ma di sicuro ha molti più quattrini. Però adesso stai tranquillo nel tuo negozio e ti sei abituato all’odore della pelle conciata, che invece da piccolo ti faceva davvero schifo. Sai che se non fosse per tuo fratello non riusciresti a mandare avanti il negozio, perchè sei un po’ scemo e questo fatto ti fa molta rabbia.
Ti arrabbi molto quando tuo fratello ti dice che sei scemo e lui lo sa e te lo dice spesso. Quando te lo dice te ne corri al porto e ti metti a guardare le gru che scaricano le navi, così ti senti un po’ meglio, come se ad ogni scarico qualcuno ti levasse un po’ di peso dal cuore. Farai ancora molte volte la strada che dal negozio va verso il porto; la farai a piedi, camminando svelto all’andata e più lento al ritorno, anche quando sarai vecchio, e ogni volta le gru ti alleggeriranno un po’ il cuore.-

La nonna sembrava non ascoltare e continuava a sferruzzare, guardandola distrattamente ogni tanto e di sottecchi.

– Un giorno non dovrai più andarci al porto, perchè non ci sarà più nessuno in negozio a dirti che sei un po’ scemo. Da quel giorno tu gestirai il negozio da solo, anche se non lo potrai fare per molto tempo; però in quel poco tempo sarai libero e sarai davvero felice.-
Bianca mentre parlava sorrideva sempre con gli occhi e continuava a giocare con la sua bambola di porcellana.Poi smetteva di parlare, fermava il suo gioco e fissava chi le stava di fronte, seria.

-Ciao Terenzio.-

Terenzio aveva ascoltato tutto con le labbra contratte e sempre più tremanti, con il viso rosso e gli occhi gonfi di lacrime, ma quando Bianca disse che per un po’ sarebbe stato felice, un po’ sorrise addirittura e piangeva davvero, adesso, copiosamente. Si tolse un fazzolettone verde dalla tasca dei pantaloni di fustagno, si soffiò il naso e si alzò muovendosi piano, un po’ di sbieco per evitare il tavolino. Fece poi un inchino buffo prima di girarsi verso la porta con le spalle chine, tirando un po’ su con il naso e, dopo un passo, si sorprese a sorridere per voltarsi di nuovo e dire:

-Grazie Signorina Bianca!-

– Prego Terenzio! Ciao!-

E Terenzio uscì sereno, con il pianto nel fazzolettone verde e l’animo ed il cuore un po’ meno pesanti.

Bianca faceva sempre quell’effetto, perchè non risparmiava niente a nessuno, ma poi addolciva con una verità consolatoria, quasi sempre. E questa bastava, perchè era la verità che tutti si volevano sentire dire, per potersi meglio sopportare, ed assolversi e per poter così sopportare la vita.
Entrò una signora distinta che indossava un abito molto bello color smeraldo; occhi neri e profondamente tristi, si sedette con grazia sulla sedia al centro della stanza, le mani pallide e magre sul grembo.

– Ciao Teresa!-

– Buongiorno Signorina Bianca.-

– So che vuoi sentire la tua storia; te la racconto?-

L’analisi con le bambole di porcellana

IpensieriimportantipiaccionoanchealleMontagne

Camminava, pensando. E quando i pensieri si facevano veloci lui camminava lento. E viceversa. Non camminava mai dove cammina molta gente, perchè la gente gli interrompeva i pensieri e lo forzava ad andare più piano e più veloce e di conseguenza lo costringeva a pensare più piano e più veloce e poi perdeva il filo. Non gli piaceva perdere il filo.
Camminava pensando e metteva i piedi grandi uno davanti all’altro, allungando il passo quando il pensiero si faceva più limpido e meno insistente, pesante, contorto.
Portava sempre un ombrello con sè e spesso, quando camminava su sentieri comodi, sperava che venisse la pioggia, perchè con la pioggia i pensieri si facevano più interessanti, più colorati e vari e seguivano un po’ il ritmo del tichettare dell’acqua che cadeva sulla tela dell’ombrello.
Gli piaceva molto il rumore della pioggia sull’ombrello, diceva; gli faceva fare pensieri sorridenti, diceva.
E poi, dopo che aveva piovuto, se si aveva la fortuna di incontrarlo, lui narrava delle storie bellissime e noi lo si andava a cercare in paese per questo, per ascoltare le sue storie, quando smetteva di piovere.
Aveva dei basettoni biondi e una faccia scarna e degli occhi blu che sorridevano sempre. Non era bello, ma a noi piaceva.
Camminava lento su delle gambe lunge e molto magre e di solito indossava dei pantaloni troppo corti, recuperati chissà dove in qualche mercatino che vendeva roba usata. Frequentava spesso i mercatini dell’usato; diceva che gli oggetti li sentiva parlare e gli parlavano delle persone alle quali erano appartenuti. Sapeva storie incredibili sui precedenti proprietari di quegli oggetti e a noi le raccontava.
Gli piaceva la stoffa scozzese, quella a quadri grandi e piccoli, di tutti i colori; diceva che quella era la stoffa delle persone distinte, delle persone che sapevano vestire.
Girava con i suoi pantaloni troppo corti di panno scozzese anche in estate e vestiva sempre una camicia di lino bianco, senza colletto, sempre la stessa, ma sempre pulita; probabilmente, pensavamo noi, aspettava che asciugasse prima di rimetterla dopo averla lavata, perchè aveva solo quella.
Quando camminava si infilava la punta dell’ombrello un po’ di sbieco dietro la schiena, direttamente nei pantaloni che teneva su con delle larghe bretelle color prugna. E così, da un lato, gli usciva una buffa protuberanza proprio all’altezza di una natica e a noi faceva sempre un po’ ridere, però lui non se ne curava per niente.
A lui piaceva camminare e pensare e quando gli si chiedeva a che cosa pensasse si fermava un attimo, si grattava la testa e rispondeva che di preciso non lo sapeva, ma che certamente si trattava di pensieri importanti.
Un giorno andò sulla Montagna con il suo ombrello infilato dietro ai pantaloni, venne la pioggia, poi un temporale e della grandine e quando tutto finì, noi aspettammo che tornasse al paese, per chiedergli che cosa gli aveva raccontato la pioggia, ma lui non tornò più.
Lo cercarono a lungo, ma nessuno lo ritrovò mai, perchè la Montagna lo aveva voluto tenere lassù per ascoltare i suoi pensieri importanti e le storie incredibili, perchè in quel modo speciale le sapeva raccontare solo lui. Andò così, probabilmente.
E come darLe torto?

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MichiamoDamonenonpensiatechesonoilsolitocazzonedaromanzo

Mi chiamo Damon e mi muovo furtivo, solitamente strusciandomi lungo i muri incrostati dei vicoli umidi. Mi chiamo Damon e sguazzo nel fetore, nell’insalubre melma delle nebbie di fogna. E’ il mio nome, Damon, e non piace a nessuno, nemmeno a me, che ne volevo uno un po’ meno usurato, ma niente; mi chiamo così: Damon.

Scavalco spesso i fossati degli scoli fetidi; so fare balzi lunghi, sono agile, molto forte e ho un corpo allenato e asciutto; io sono Damon, ve l’avevo già detto? Ci metto del mio nel mio lavoro, mi impegno, so stare al gioco e non tradisco mai la fiducia del mio comittente, che è sempre lo stesso e lui lo sa che sono affidabile, che lavoro pulito. Lui si fida e mi dice: “Damon, tu sei il migliore sulla piazza!” Così mi dice e sorride con i suoi denti d’oro e poi sputa per terra. Ha uno sputo incredibile,  il mio comittente, tanto che fa un buco come una noce nell’asfalto.

Mi sposto nelle periferie, a volte, per grattarmi via un po’ di nebbia dalla faccia e giusto per vedere che aria tira laggiù. Non ci resisto per molto tempo, perchè c’è troppa luce fra i palazzi bassi e c’ho l’occhio sensibile, io. Però laggiù ti pagano da bere senza dover attaccare bottone con nessuno, perchè si ricordano il mio nome; il mio nome è Damon, per la cronaca, sopratutto quella nera.

Laggiù i banconi dei bar sono lerci uguale, ma un po’ più bassi e un po’ più comodi. Odio i banconi dove i gomiti non ci arrivano, dove il barista ti guarda dall’alto come se fosse un dio del veleno. Sono io il dio del veleno, mica mi chiamo Damon per niente, cazzo! E poi le puttane costano meno laggiù e a volte si innamorano anche, tanto da farmi scopare gratis. Molti mi conoscono fra i palazzi bassi, e tutti mi rispettano; rispettano il mio nome, perchè mi chiamo Damon, non so se ve l’avevo già detto.

Questo nome, il mio, è un sacco difficile da portare; è un nome che solo chi sa il fatto suo può sentirsi cucito sulla fronte, perchè nemmeno quelli che hanno sempre il colpo in canna e all’occorenza sanno colpire senza mirare, sanno davvero come si deve muovere uno che fa un lavoro come il mio, uno che deve respirare con un nome come il mio, nel fetore di me stesso. Mi chiamo Damon, non so se ve l’avevo già detto.

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