Gratitudine al Tempo che non è

All’alba di un nuovo cammino si spengono gli occhi e si aprono le vie dello stupore, ancora e di nuovo, rinascendo inerme e felicemente, ancora bambina.

Ed è un tempo che ha un valore immenso, questo, apparentemente perduto e nel contempo rinnovato fra gli anfratti di una coscienza che si fa illuminare a macchie, come i sottoboschi che danzano di luce quando i venti sollevano le fronde.

Nei luoghi che più riconosco vi è quella luce, e sa di cannella e nettare, e un po’ di brillantini d’argento, ed è chiara, di un azzurro quasi violento, satura di contentezza e di silenzi che vibrano della musica più sublime, sottile, come i petali delle rose selvatiche lungo i sentieri dei giorni liberi, o le foglie nuove dei frassini sulle rive dei torrenti,

i rovi avvinghiati a se stessi e prostrati, abbracciati ai terreni esposti e scoperti.

Mi permetto di fermarlo, questo tempo, di lasciare che duri, che mi sollevi e mi porti, finché vive, finché sono.

 

Gratitudine al Tempo che non è

Il contagio

Era uno di quelli che la gente non vedeva; seduto sulla panchina del parco, o sulle gradinate davanti alle chiese, davanti all’ entrata della biblioteca pubblica, o sul solito sgabello da bar abbandonato nell’angolo della stazione centrale.

Era uno di quelli che se per caso la gente si accorgeva per un attimo che faceva parte del paesaggio, pensava fosse uno dei tanti che, con la chiusura dei manicomi, è stato costretto a vivere per strada. Nulla degno di nota, insomma.

Però io, non so perché, lo avevo notato. Lo vedevo spesso, anche, e, cosa strana, mi ritrovavo a volte ad osservarlo da lontano.

In realtà mi ero fatta un’idea alla fin, fine… sul suo conto, intendo; pensavo che lui non si occupava di nulla in particolare e allo stesso tempo vedeva tutto e capiva tutto. Ma non sapevo da dove mi era venuta tale idea. Boh…

Lui se ne stava appostato in qualche angolo in apparenza improvvisato, pensavo io, un po’ come fanno i corvi posandosi sui rami più alti e secchi degli alberi. Se ne stava lì immobile per delle ore, in mezzo al via vai della gente, con quel corpo minuto e tanto fermo da diventare una piccola ombra rannicchiata su se stessa, invisibile, sommersa da una giacca scura, pesante e troppo grande.

Sì, mi dicevo, osservandolo lì, con quegli occhi che anche da lontano si vedeva che erano grandi, e neri, e sempre in movimento, e con la testa che scartava a tratti di lato, proprio come fanno gli uccelli quando notano qualcosa, e beh, sì… osservandolo avevo la netta impressione che lui non fosse un essere umano, ecco. E mi dicevo che era dovuta al fatto che leggevo molti libri di fantascienza in quel periodo… così mi dicevo.

Cioè, voglio dire, avevo come la sensazione che in lui ci fosse qualche cosa che non riuscivo a spiegarmi e che gli umani non hanno, ecco. Ne ero sicura. Ero sicura di questo… più o meno.

E io, che non capivo bene come mai, ma lo avevo oramai individuato come mio elemento d’osservazione prediletto da alcune settimane, tutte le sere, quando finivo di lavorare e facevo i miei giri da dipendente stressata con l’urgente necessità di svago e sfogo dopo interminabili giornate spese a buttar sangue sulla scrivania di un’azienda che stava per fallire, ecco… io quando lo vedevo da lontano, quando vedevo la sagoma di lui appostato da qualche parte, mi rasserenavo un po’, quasi subito, ogni volta, al solo percepirlo con gli occhi. Mi faceva questo effetto benefico, lui così sporco, evitato e solo, di un’età indefinibile, tranquillo e concentrato.

L’impressione che avevo guardandolo, ogni tanto, era che lui seguisse una melodia afona, una danza invisibile che aveva luogo nella trasparenza dell’aria circostante e fatta di refoli di vento… lo si capiva dagli occhi, da come si perdevano a fissare, si sarebbe detto, qualcosa che stava dietro, dentro, e che poi all’improvviso si muovevano veloci, come a inseguire qualche cosa che fuggiva via, chissà come e chissà dove.

E quando accadeva questo, avevo notato che la gente che gli passava accanto si scostava, si allontanava un po’, forse senza saperlo, senza rendersi conto, come colti da un senso di paura, o di disagio, chissà!

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Un giorno di mezza estate, mentre lui se ne stava sulle gradinate della chiesa a fissare il vuoto in quel suo modo strano che a me faceva tanto bene, mi stavo gustando una granita seduta ai tavolini del bar antistante. Deglutivo e lo osservavo, e all’improvviso mi si affacciò un pensiero che mi lasciò un profondo senso di inquietudine frammisto al sapore di fragole.

Pensai per un attimo, solo per un attimo, che quegli occhi attenti e vigli, che percepivo da lontano,che quel tipo di sguardo non era tanto una ròba normale. Pensai, sulla scia delle mie letture, che quegli occhi appartenessero a un altro tipo di essere, distante e molto diverso da quello umano. Sì… pensai questo, ricordo.

Questo pensiero mi spaventò e lo controllai subito scartandolo con un sorriso. E in quell’istante mi resi conto che anche lui mi stava guardando da lontano e che annuì, come se fosse soddisfatto di me, o di qualche cosa di me che gli pareva degno di nota.

No, no, mi dissi mentre mi stavo alzando per andarmene, quello lì era un essere umano, non c’erano dubbi! Chissà come mi era venuta un’idea tanto folle! Forse un essere umano particolare, quello sì, ma certo era di questo mondo.

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Una mattina di novembre, mentre gli passavo davanti e lui era appostato tutto raggomitolato sul muretto alla base dei portici, avvolto nella sua giacca nera, lo salutai. Mi venne così: un ciao istintivo.

Era la prima volta; non lo avevo mai fatto prima. E da quel che mi ricordo, non avevo mai osservato nessuno che lo salutasse, ma mi resi conto di questa cosa solo in quell’istante, quando dissi quel ciao spontaneo e sorridente.

Lui non disse nulla, ma alzò lo sguardo e fu la prima volta che lo vidi così da vicino, che vidi davvero quei due laghi neri nei quali mi sembrò per un istante di cadere, e dai quali mi allontanai un po’, quasi subito, presa da una leggera vertigine. Avvertii distintamente un profumo dolcissimo che riconobbi, ma non seppi definire e che mi stordì ancora di più.

E’ il profumo dei mughetti eforse un po’ di cannella, mi disse. Sì, dissi, mughetti e cannella… è vero.

Non chiesi da dove veniva quel profumo, ma sentii la sua voce e mi parve di dovermi concentrare solo su quella; era leggera, quasi un soffio, un po’ afona; la voce di chi non parla da molto, molto tempo.

E poi avvenne: lui sorrise all’improvviso in quel modo incredibile. Un sorriso bellissimo, completamente sdentato, ma un sorriso con il quale fermarsi e con il quale mettersi a chiacchierare un po’, lasciando che tutto il mondo attorno scorra alla velocità che più gli piace, perché in quell’istante sentivo che nemmeno il tempo ci poteva toccare, a me, a lui e al suo sorriso.

Era una sensazione di gioia indicibile e arrivava da quegli occhi profondi e oscuri e non capii bene cosa stava succedendo, solo capii che ci stavo bene in quel sorriso, ci stavo davvero bene lì dentro.

Venne la sera e io non mi resi conto. Davvero non mi resi conto del tempo che era passato. Lui ad un certo punto mi disse che doveva spostarsi, perché il sole stava allungando l’ombra del campanile e fra un po’ sarebbero uscite le vecchiette dalla chiesa. Va bene, gli dissi a malincuore, ci vediamo domani. Lui non disse niente, si alzò e si allontanò in quel suo modo speciale, come gli avevo visto fare tantissime altre volte.

Non ci eravamo detti quasi niente, pensavo, eppure erano passate delle ore. E io non capivo come poteva essere successo. Eppure l’orologio mica raccontava balle, e nemmeno il sole che era ormai quasi sceso del tutto!

Lui si mise sui gradini all’entrata della chiesa e di nuovo divenne il piccolo uomo che avevo osservato per tante settimane da lontano. Pensai che si era fatto tardi. Lo pensai con una grande malinconia nel cuore e mi avviai verso casa.

Le vecchiette nel frattempo uscirono curve dal portone della chiesa, un po’ piegate in avanti, alcune ancora con il capo coperto da un pizzo, altre sotto braccio a qualche compagna silenziosa. Serie, concentrate, mi pareva. E lui lì, invisibile, fermo a seguire la danza meravigliosa del vento.

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Quella notte feci un sogno e verso le due mi svegliai. Mi ricordai all’improvviso del mio nuovo amico con gli occhi neri e con il sorriso che non era di questo mondo. Mi chiesi se era accaduto, se era vero. Il ricordo di quel volto sdentato e bruciato dal sole, dagli occhi che non erano di questo mondo, mi fece sorridere. E pensai che era da molto tempo che non sorridevo così, fra me e me.

Che mi sia rincretinita? Mi dissi con una punta di cinismo… e anche questo mi fece sorridere. Sì, mi son rincretinita, mi dissi… più del solito.

E pensai che nelle ultime ore mi era già successo diverse volte sta cosa; non di rincretinirmi, ma di sentirmi di buon umore. E questo pensiero mi rese ancor più contenta; stranamente, inspiegabilmente contenta… chissà di cosa, poi, pensai… e intanto sorridevo ancora.

Mi alzai e mi feci una tisana, visto che il sonno non tornava.

E mentre il cucchiaino rigirava il miele nel liquido caldo, mi avvolse un altro pensiero, così, all’improvviso; e fu la spiegazione. Era na ròba fuori da ogni logica, mi dissi, ma chissà perché sentii che era esattamente quella la spiegazione di tutto quello che mi era successo e che, sì, sì; doveva essere proprio così.

Pensai che gli occhi del piccolo uomo solitario e senza denti offrivano tutti i sorrisi del mondo; pensai che in quel giorno mi ero sentita così bene, così felice, perché avevo visto in una volta sola ed in un unico sguardo tutti i sorrisi mai fatti affiorare, mai regalati, mai lasciati scivolare sui volti contratti degli umani corrucciati, preoccupati, distratti da se stessi, dai propri pensieri cupi, paurosi, ansiosi.

Pensai che negli occhi di quell’uomo erano racchiusi tutti i sorrisi mai nati, tutti i sorrisi soffocati, che avevano spinto per vivere e che erano stati rimandati ad un mittente invisibile e deluso; tutti i sorrisi nascosti da altri sorrisi non veri, non vivi, relegati per questioni di circostanza ad attimi successivi e poi dimenticati.

Pensai che erano tutti lì, tutti insieme, avvolti in quegli occhi neri e meravigliosi, di quell’ uomo che si appostava per catturarli, per non lasciarli soli e per renderli a chi poi voleva accoglierli.

Pensai che lui mi aveva regalo tutto questo, tutto in una volta sola. E mi sentii davvero fortunata, immensamente fortunata, perchè lo avevo incontrato e lui mi aveva fatto quel regalo incredibile e fantastico. Mi sentii felice mentre mi infilai sotto le coperte e mi ripromisi di andarlo a cercare il mattino seguente, appena sveglia.

Il giorno dopo lo cercai a lungo, lo cercai per tutto il giorno e poi fino alla sera, girando tutta la città e anche le periferie.

Quando la luce stava allungando l’ombra del campanile, mi resi conto che non lo avrei trovato. Non quel giorno e forse nemmeno il giorno successivo. Mi sentivo triste e delusa e forse un po’ tradita, perchè pensavo che ormai, dopo tanti giorni che avevamo passato a guardarci da lontano, eravamo diventati amici e mi parve una cosa scorretta da parte sua sparire così. Mi venne un po’ di magone.

Poi pensai al suo regalo, a quegli occhi e, manco a dirlo, mi venne da sorridere, ancora, di nuovo. Mi parvedi vedere il vento danzare, lì, nell’aria, tutt’attorno al campanile e sentiii che dentro sistavano accumulando sorrisi. Le vecchiette stavano uscendo contrite e serie dalla chiesa, il cameriere del bar stava pulendo cupo ed assorto i tavolini ed un cane solitario stava inseguendo lentamente la sua ombra sul selciato della piazza.

Mi venne da sedermi un po’ lì, solo per un po’, a godermi la sensazione e penso di esserci rimasta più del previsto. Poi ho deciso di spostarmi in un altro posto della città, per cercare altri sorrisi non nati, simili a quelli che avevo raccolto lì nella piazza.

Fu così che cominciò.

Adesso mi muovo spesso da un luogo ad un altro della città e quando vedo dei sorrisi che vorrebbero vivere e, per qualche strano motivo la gente lascia cadere nell’ombra, ignorandoli, fingendo di non sentirli, beh, li raccolgo. Così, quando ne avrò l’occasione, li regalerò a qualcuno.

Il contagio

Luna piena

A volte, nelle notti di luna piena, si sale sul piccolo altipiano e ci si mette ad ascoltare, ed è il silenzio che accoglie.

Bisogna coprirsi bene, innanzitutto, per resistere a lungo, perché la temperatura scende spaventosamente e rende l’erba croccante e l’aria pulita, ma così pulita che te la senti arrivare nel cervello, fino a sollevarti i pensieri con un soffio fresco.

La luna chiama fin dal primo pomeriggio, la senti, ti distrae e un po’ lei di te fa quello che vuole. Poi compare, tu fai finta di niente, lasci che la vita scorra eppure continui a pensarla, a sentirla mentre il sole scompare.

Meglio andare sola, meglio non dire quando si sale.

Cammini sul terreno ghiacciato e sulle chiazze di neve coperta di cristalli friabili che scricchiolano e accompagnano il passo. Non c’è bisogno di frontalini o di luci elettriche mentre si sale; la luna guida e riempie l’aria e le forme con il suo manto di luce dolce.

Credo che a lei piaccia farsi ammirare e vuole che tu sia lì, che la osservi e che l’ascolti parlare e ci vuole silenzio e molta attenzione; è una questione di rispetto, per questo si va da soli, per smettere il vociare, il pensiero sospinto e invadente del continuo chiacchierare.

Sorride lei, a volte, ma con quel cipiglio un po’ severo e un po’ ironico, come di chi la sa lunga, anche se non la sa tutta, perché c’è stato un tempo ignoto e ancor più antico, ancor prima di lei, prima che anche lei nascesse. Lei questo lo sa bene e lo sanno anche le stelle, meraviglia di luce antica, infinita.

Arrivo, respiro, mi cambio per non avere freddo.

Mi siedo sulla solita radice che si affaccia sulla radura; appoggio la schiena al legno amico e mi avvolgo nel sacco a pelo, chiamo la cagna accanto e le dico di stare ferma, in silenzio, vicina perchè abbia meno freddo anche lei e poi ci mettiamo a guardare, ad ascoltare.

Il cielo è libero e pulito. Non c’è aria che smuova i rami, non c’è rumore d’umano attorno, non c’è nulla che si muove e non si sente nulla se non il proprio respiro ed il respiro del cane, nemmeno lo scorrere del fiume in fondovalle, niente.

Questo è il luogo prediletto dai cervi, perché qui l’aria si ferma, si fermano gli odori, i rumori scompaiono e allora si può allentare la guardia, farsi il giaciglio nell’erba, al sicuro, riposare e lasciare che la luna ci accarezzi il cuore mentre la gratitudine si fa strada e ci rende l’anima un po’ più ferma, serena, e forse migliore.

Luna piena

La memoria più lunga

Dava uno sfondo ocra e di lenzuola fresche di bucato alle parole; poi, a volte, erano verdi acquamarina e sapevano di sale, altre volte di terra bruciata e di suoni insistenti di cicala. Era così; aveva molti anni, ma nemmeno lei sapeva quanti e sapeva di pulito e odorava di cenere e di semi di girasole, a volte.

Nessuno mai si era lamentato di aver patito sonno o noia quando lei si metteva lì seduta davanti all’uscio e cominciava a dire, e nessuno mai avrebbe messo in dubbio nemmeno una sola parola che le usciva dalle labbra. Eppure sapeva dire di cose inverosimili, pazze il più delle volte, e assurde. Però tutti sapevano, non si sa come, che lei era vera e quel che diceva era verità.

Prima chiamava le galline e poi, con la mano ossuta e abbronzata, raccoglieva il granturco dal grembiule sollevato a formare un piccolo sacco e con un gioco di polso rapido e deciso, gettava i chicchi a ventaglio e quelli cadevano rimbalzando sul terreno battuto e arido del cortile, finchè il becchettare rapido delle galline non li facevano sparire.

Lei cominciava sempre così, come fosse un rito e anche se non c’era nessuno che la stava a sentire, anche se il mattino era troppo freddo perchè qualcuno lasciasse il tepore della casa per godersi le albe spettacolari, come faceva lei, ogni giorno, in ogni stagione e da chissà quanti anni, lei usciva sull’uscio, chiamava le galline e cominciava a dire.

Usciva anche quando pioveva e si sedeva sotto il porticato a guardare l’acqua che cadeva e fissava a lungo il cielo cupo, con le galline che le si facevano più vicine, come se lei fosse stata una grande chioccia, ma senza piume e con le mani piccole e forti e gli occhi grigi che guardavano sempre lontano e a volte diritti fino alla pancia di chi l’aveva ascoltata dire, e quello, o quella, avvertiva in cuor suo che lei ne sapeva più di tutti, anche delle cose nascoste, anche di quelle che nemmeno lui o lei sapeva di sè stesso, o di sè stessa.

E poi cominciava a dire con quella sua voce un po’ roca, eppure resa dolce dal tempo e a volte cantalenante, a tratti melodiosa, quasi ipnotica. Sapeva dire di uomini e donne che nessuno al paese aveva mai incontrato, perché erano morti da tempo e solo lei poteva averli conosciuti, così diceva.

Li chiamava per nome, ma senza mai dire a che famiglia appartenevano e ne parlava come se fossero stati tutti amici suoi, con un tono nostalgico e un fondo di affetto sincero che lasciava un senso di struggimento a chi ascoltava. Pareva che lei conoscesse fin nell’intimo le vite di tutti da sempre. Sapeva di cose che non furono mai dette, ma solo sofferte, o sentite, o pensate. Sapeva di desideri, timori, angosce; lei sapeva tutto e sapeva dirne e tutti la stavano a sentire, specie nei giorni di festa, quando non si lavorava e si poteva andarla a trovare. Venivano dai paesi vicini e da ovunque si era sentito parlare di lei e di cosa lei sapeva e di come sapeva dirne.

Si raccoglievano a formare una piccola folla sull’uscio e le galline, abituate a quel via vai, gironzolavano tranquille fra piedi e caviglie, cercando chicchi nascosti sotto le suole.

Fu un giorno di primavera che lei ne parlò per la prima volta.

Disse che era arrivato dalle montagne proprio in un giorno di fine primavera come quello, e che quando lo videro apparire da lontano, portava sulla schiena un enorme e alto bagaglio, tanto che mentre camminava pareva avanzasse dondolando a destra e a manca un corpulento gigante senza testa. Invece lui, sotto quell’immane fagotto, era piuttosto magro, addirittura un po’ gracile e portava quel peso con una forza che non gli veniva dalle spalle o dalle gambe, ma da qualche altra parte, disse lei, seppure non si poteva dire da dove.

Entrò in paese, disse, in silenzio e chi lo vide pensò che era un fatto davvero strano, perchè i  venditori ambulanti che arrivavano fin lì a piedi, urlavano e cantavano per chiamare le donne e per proporre la loro merce.

Lui invece arrivò con passi lenti e silenziosi e quando fu vicino alla fontana della piazza appoggiò il pesante e voluminoso bagaglio sull’orlo del muretto a secco, si tolse le cinghie che gli tagliavano le spalle senza emettere alcun suono: niente, nemmeno un breve sospiro di sollievo. Poi, con le braccia a penzoloni e le spalle incurvate in avanti, la faccia nascosta dall’ombra del grande fcappello nero e dondolando un po’ come se l’abitudine al peso gli avesse insegnato a camminare in quello strano modo, si diresse piano piano alla fonte per bere.

Alla fonte stavano le donne a lavare i panni ed il loro vociare si spense all’improvviso quando lui si avvicinò. Lui le guardò con occhi neri e placidi; aveva uno sguardo che ricordava un po’ quello di un bue o di un cane molto mansueto.

Le donne lo fissarono in silenzio, continuando a lavorare. Lui piano chinò un po’ la testa in segno di saluto, si tolse il grande cappello, e sorridendo sotto ai grandi baffi neri, diede dei colpetti alla sommità del copricapo per creare l’incavo adatto. Poi lo mise sotto al rubinetto della fontana e lasciò che si riempisse d’acqua, per poi berne a brevi sorsi. Le donne smisero di guardarlo, aspettandosi che lui proponesse loro la sua merce.

Ma lui non disse nulla. Rifece un piccolo inchino, si voltò e si diresse lentamente con il suo passo dondolante verso la sua mercanzia e fece per rimettersela in spalla. Stava per andarsene quando una comare fra le più curiose si fece avanti e disse:

Hoè! Cos’è che vendete di bello?

Lui si fermò e si voltò in direzione delle donne con uno sguardo che si sarebbe detto sommesso, o forse un po’ stupito.

Oh, nulla di particolare… solo stoffe e chincaglieria… attrezzi da cucina, articoli da cucito… solite cose, insomma. Però…

e qui l’uomo si fermò e sembrò voler aggiungere qualcosa, ma poi scuotè il capo, fece un gesto con la mano, come a dire, non ha importanza, e poi fece per andare, rifacendo il solito inchino in segno di saluto.

Allora la comare che aveva parlato, vedendo che il venditore non faceva nulla per proporre la sua mercanzia disse, alzando un po’ la voce:

E a chi avete intenzione di venderla quella ròba, se posso chiedere?!

l’uomo si fermò una seconda volta e volgendosi piano disse:

Mah non so, a chi gli serve, a chi ne ha bisogno. Magari qualcuno a cui farebbe comodo!

Allora la comare guardò le compagne con gli occhi di chi sa che gli sta sfuggendo qualcosa, ma non riesce bene a capire cosa. E di rimando le donne le restituirono lo stesso sguardo. Poi la comare disse:

E secondo voi, a noi non potrebbe servire nulla di ciò che vendete?

Allora l’uomo dai grandi baffi sembrò guardare per un attimo l’unica nuvola che stava passando in cielo e poi, dopo averci pensato un po’ e volgendo lo sguardo nuovamente alla comare rispose:

Beh, può darsi… non saprei… potrebbe anche darsi. Ripetè

La comare parve spazientirsi e asciugandosi le mani nel grembiule con fare risoluto disse:

Venite qua, fate vedere questa merce, poi ve lo diciamo noi se ci serve qualcosa o meno…

Il piccolo uomo dai grandi baffi neri guardò la donna con due occhi scuri che sembravano quelli di una animale molto buono, in procinto di smarrirsi, come qualcuno che si sta per scusare per qualche mancanza di tatto e disse:

Ma siete certa?

Certissima!!

rispose quella e si avvicinò all’omino a grandi passi. L’uomo ripose il suo bagaglio sul muretto a secco e con una lentezza e una grazia che nemmeno fosse stato educato in convento, si mise con  fare serio, serio a spiegare le stoffe, ad aprire piccoli cassettini e ad esporre i piccoli oggetti contenuti nella cassetta di legno che si era portato sulle spalle e sulla quale era stato appoggiato il grande pacco di stoffe. La merce era preziosa e di qualità. Pettini in avorio, specchietti con cornici d’argento, piccole zuccheriere in oro. Roba che non si era mai vista al paese!  Lui la maneggiava con una cura tale ed un’attenzione che fecero un’ottima impressione alle donne e queste si scambiarono sguardi compiaciuti.

Che prezzo mi fate per tre metri di questa?

chiese la comare, indicando una stoffa a fiori blu su sfondo rosso e ricamata con filo d’oro, davvero preziosa, fine, leggera, morbida al tatto e molto bella.

Ah, questa!? Vedete, signora,

rispose l’omino,

questa stoffa è molto, molto preziosa; viene dall’oriente, sapete? Direttamente dalle indie e costa molto, davvero molto!! Forse un po’ troppo… tuttavia, a ben pensarci, il prezzo lo vale tutto, perché vedete, questa stoffa ha una proprietà che nessun altra stoffa ha; chi indossa un vestito fatto con questa stoffa, vedete, si allunga la vita di ben sette anni ogni volta!!

così disse l’omino con la sua voce soave.

La comare lo guardò sbigottita!

Volete ripetere? Ho capito bene? Allunga la vita?

chiese.

Certamente signora,

rispose l’omino con uno sguardo serio che non dava adito a dubbi.

E ditemi…

disse la comare dopo un momento di smarrimento che tuttavia non era proprio del suo carattere sicuro,

…voi non ve lo siete fatto un vestito con questa stoffa?

chiese la comare

Oh, io no, signora.

rispose l’omino

A me basta vivere il tempo che mi resta. Son di poche pretese, io. Però so di gente che vive da moltissimo tempo proprio perché indossa sovente un abito fatto con questa stessa stoffa, sapete?

A quel punto le donne, che non si erano perse una sola parola, si guardarono tutte l’un l’altra e di botto scoppiarono tutte in una fragorosa risata!

La sapete lunga voi!

disse una delle donne

E pensare che sembravate così sprovveduto!

incalzò la comare ridendo forte.

L’omino sorrise, annuì col capo e si strinse un po’ nelle spalle. Poi fece per ripiegare la bellissima stoffa, ma la comare lo fermò mettendogli una mano sul braccio:

quanto?

chiese la comare.

Quindici soldi al metro, signora!

rispose con la sua vocina l’uomo dai grandi baffi neri!

La comare strabuzzò un po’ gli occhi, poi guardò le compagne e poi guardò di nuovo la stoffa, la prese in mano, la riguardò allargandola con le braccia perché la luce del sole l’attraversasse facendone splendere i colori davvero belli.

E sia!

disse poi la comare con voce risoluta, ne prendo tre metri!

Un vociare di invidia e ammirazione salì fra le donne che, seppur a malincuore, non potevano permettersi niente di simile. L’omino fece un inchino profondo, stavolta, come chi si trova di fronte ad un personaggio degno di grandissimo rispetto.

La comare disse all’omino che avrebbe dovuto andare a casa per prendere i soldi e lo invitò a fermarsi un momento da lei, così avrebbe potuto parlare con il marito, perché era lui che teneva la cassa.

Certamente…

disse l’omino facendo un profondo inchino e prima di allontanarsi seguendo la comare, fece un breve sorriso in segno di saluto alle altre donne, e quelle rimasero mute e  serie ad osservare la loro compagna che si allontanava con quello strano mercante.

Il marito sulle prime ovviamente non volle saperne, ma la massaia sapeva come farsi ascoltare e alla fine di una lunga ed estenuante (per il marito) discussione, l’acquisto venne fatto.

L’omino una volta fatto l’affare, si congedò con il suo modo gentile e sommesso, ringraziando a più ripetizioni ed allontanandosi sull’uscio senza dare le spalle ai suoi clienti. La cosa strana fu che in paese nessuno lo vide più e cosa ancor più strana: nessuno lo vide passare per le stradine che portavano sui passi e quindi verso i centri vicini. Fu come se l’aria lo avesse inghiottito di colpo.

La stoffa era lì sul tavolaccio della cucina in tutto il suo splendore e riempiva con i suoi bellissimi colori di allegria e di luce tutta la stanza.

Vedrai che meraviglia di vestito che mi cucio con questa stoffa, mio caro!!

disse la comare al marito.

Il marito non disse nulla e pensò che avrebbero dovuto fare a meno di un bel po’ di scorte per l’inverno prossimo, vista la spesa fatta. Tuttavia sapeva che non c’era niente da fare, perché quando la moglie si metteva in testa una cosa non c’era verso di farla rinsavire.

La comare pochi giorni dopo si fece un bel vestito con la stoffa nuova e quando arrivò il giorno della festa d’estate, lo indossò. L’invidia fra le donne fu molta e l’ammirazione altrettanta. Fu un successo e la comare gongolava di soddisfazione mentre sfilava e ballava con tutti quei fiori blu a farle da cornice.

La comare mise il vestito nuovo tutte le volte che potè e visto che la stoffa non sembrava risentire dell’usura e del tempo, la comare alla fin fine venne vista molto raramente senza quel capo adosso e lei, dal canto suo, non se ne stancava mai.

I dubbi si insinuarono nella sua mente il giorno del funerale di suo marito e poi del suo figlio più giovane. Poi il dubbio si fece certezza. Il marito era morto da molti anni, ormai, ed i suoi figli anche. Lei era rimasta sola e nemmeno le venne in mente di potersi risposare, perché si sentiva troppo vecchia. Era vecchia. Però non si sentiva vecchia, non lo era davvero, non dovendo giudicare dal suo corpo. E chi non la conosceva non le avrebbe mai dato più di quarant’anni!

Al paese la cosa che nessuno riusciva a capire era come lei potesse essere in così buona salute nonostante l’età, mentre i suoi stessi figli morivano di vecchiaia. Il suo corpo sembrava quello di una donna matura, ma non certo anziana. E fu proprio quel giorno, il giorno del funerale di suo figlio che lei si ricordò del vestito a fiori blu che, vista l’età, non metteva da tempo, perché i colori erano troppo sgargianti per una signora attempata come lei. Si ricordò anche di quel che le disse molti anni prima il rivenditore di stoffe dai grandi baffi neri e d’improvviso si sentì la terra mancarle sotto i piedi.

Corse a casa, aprì il baule dove teneva i suoi vecchi vestiti e quelli del marito e lo trovò, intatto, perfetto come non fosse mai stato indossato, il suo vestito meraviglioso. Presa da uno sconforto indicibile per il dolore che stava sopportando per via dei lutti che gravavano sulla sua esistenza, lo strappò e lo gettò nel baule con rabbia. Non volle più pensarci.

La vita andò avanti e lei si risposò più volte e fece altri figli e li vide invecchiare e morire tutti. Un giorno una delle sue figlie trovò il vestito strappato aprendo il vecchio baule! Chiese alla madre se poteva sistemarlo e indossarlo, ma lei rispose calma che no, non poteva, perchè era da tempo che voleva farne delle tende da appendere alle finestre. lo disse con la calma data dalla saggezza degli anni, dei moltissimi anni che aveva vissuto.

Prese un paio di forbici e della bellissima stoffa fece due tende da appendere alle finestre della cucina, in modo tale che a nessuno sarebbe mai più toccato il suo stesso destino, per il quale vedeva morire una dopo l’altra tutte le persone che più amava.

Così raccontò lei quel giorno di primavera, mentre una brezza leggera primaverile smuoveva le tende rosse a fiori blu appese alle finstre aperte e le galline spiluccavano e becchettavano le suole degli astanti.

La memoria più lunga

Il tempo di finire

Non so da quanto tempo, per quanto tempo, non lo si può sapere. Il tempo; che nemmeno sai se davvero c’è un tempo, o c’è stato, o ci sarà. E nemmeno sai se si può dire “c’è stato”, “c’è”, “ci sarà”, perché se non è, se il tempo non è, allora non è mai stato, non sarà mai.

Chinò il capo, appoggiò i gomiti e gli avambracci sul vecchio tavolo, guardò l’ombra della sua testa che si deformava sull’orlo sbeccato di formica consunta, sentì odore di fumo e di legna bruciata che entrava dal lungo corridoio; qualche barbone aveva acceso dei pezzi di un vecchio mobile per scaldarsi, lì fuori, che faceva freddo.

Nemmeno una porta da poter chiudere in quel casermone, solo finestre con le inferriate grosse e tarlate dalla ruggine, stanze tutte uguali sospese sopra la città, verso i burroni finestrati del niente. Ci si proteggeva con le tele cerate appese alle corde con i ganci da macellaio fra un vano e l’altro e lui guardava i brutti disegni floreali e sentiva il dolore causato dalle vecchie caffettiere che appoggiate roventi sui tavoli delle cucine vi lasciavano il loro marchio di plastica segnata, un marchio perpetuo.

Aveva un’idea che gli ronzava e sapeva di pezzo di tabacco da sputare dalle labbra; non ci riusciva, non ci sapeva fare con le cose vere, con il darsi da fare per uscirne. Non aveva più tabacco, tra l’altro. Era intrappolato e non aveva nemmeno mai visto una chiave e se anche fosse, si disse, non c’è nemmeno una porta da aprire, qui.

I bambini piangevano giù in cortile, o forse ridevano; lui non sapeva distinguere, ne sentiva le voci, le urla e non avrebbe saputo dire se erano allegri, o se stessero urlando di dolore. Erano come lui, quelle voci: vive, eppure lontane, disperse chissà dove, a voler dire chissà cosa. Si sorprese a pensarsi allo specchio, con un volto dalla pelle traslucida e flaccida, appesa alle ossa a penzolare dagli zigomi porosi, dalle insenature del cranio. Una sfera levigata e luminescente, con i larghi pori soffocati dai troppi capelli sporchi e da una pelle floscia; così si specchiava e la cosa strana era che non vedeva occhi. Era una faccia senza occhi, la sua, e gli rimaneva solo il tatto, lasensazione di freddo.

Si sentiva la faccia spenta e si passò le dita sul naso, per volersi accertare se la sensazione era reale. Il naso, lungo, affilato, eterno, non finiva mai… ed il dito indice seguito dall’anulare ne seguivano il profilo mentre la pelle azzurrina e traslucida cadeva via come la tela che si toglie da una tazza di latte ormai freddo. Si stava sgusciando come un’arancia dalla pelle sottile, pensò. Gli sembrò di essere quel martire che aveva visto in un vecchio quadro al museo, con tutta la pelle afflosciata ai suoi piedi ed i muscoli e la carne sanguinante in bella vista. Si sentiva la faccia spoglia, tutto il corpo spoglio, esposto, gracile, sanguinante e inadatto ad affrontare l’aria che lo circondava. E faceva freddo, nudo così com’era. 

E là fuori il cielo era senz’altro buio, anche se da lì non lo vedeva. Non sarebbe sopravissuto senza pelle addosso, pensava. Guardò l’angolo della stanza, lì in fondo, e ne seguì l’ombra, tenendo gli occhi bassi, radente al pavimento. L’ombra finiva sull’uscio aperto e ne fu contrariato; è un’ombra troppo breve, non copre abbastanza, si disse. Le ombre vere sono molto più lunghe, in realtà, più intense, non così velate e sfumate, malate. Si disse che viveva in una casa troppo buia per avere delle ombre reali, vere, sane, abbastanza lunghe da potersi dire tali. 

Guardò l’uscio e lo vide grigio, spalancato verso un muro scrostato e ammuffito; lo vide esattamente com’era.

Da quante ore sono qui seduto?

L’uscio aperto, il muro scrostato… Devo alzarmi e cercare qualche cosa che mi copra tutta questa carne in vista.

Ma poi alzò lo sguardo davanti a sè e guardò la parete di mattoni e malta scrostata che aveva di fronte; erano anni che osservava quella parete e ne conosceva ogni singola crepa, ogni singola fessura e macchia, ne individuava le ragnatele appesantite dalla polvere e dalle microscopiche carcasse secche degli insetti decomposti. Individuava le ragnatele nuove, mosse appena dal movimento dei ragni dalle lunghe zampe. Amava i ragni perché sapevano essergli indifferenti, mentre lui non ci riusciva, lui li amava.

Da quanto tempo sono qui seduto?

Mi sto decomponendo. E all’improvviso l’idea che voleva sputare fece capolino dalla fessura fra le labbra e uscì di getto: il tempo esiste in funzione del mio stato di decomposizione. Sono senza pelle e mi sto decomponendo.

E finì.

 

Il tempo di finire

Sinfonia afona

Hai mai pensato alla forza che permane sospesa e in tensione fra un filamento di nube e l’altro, fra una fibra di foglia e lo stelo sottile, fra il contatto di un granello di polline minimo sospeso sull’acqua e l’acqua stessa?

E alla luce che nessuno sente e che ha il profumo di spazio fresco, di pulviscolo d’acqua e ghiaccio e colora la pelle degli alberi, stende pigmenti e riflessi sulla neve, ne solleva il brillare allegro; ci hai mai pensato a quanto urla alla vita la luce e a come sale e s’insinua e rende ampio il cielo?

E a quanto è vicino, terribilmente vicino e prezioso, lo spazio ampio? E fragile, come i cristalli di brina ed i petali immobili sospesi, trattenuti dal freddo.

E la forza che urla il Silenzio, l’hai mai danzata veramente, da fermo, immobile e a lungo a sentirne le note più profonde? L’hai mai lasciata scorrerti dentro fino a doverne piangere? Non è eterno lo scorrere delle linfe, è solo perpetuo e ad ognuno è concessa la pozione adatta a se stesso, in dosi minime.

Non berla mai, nemmeno una volta durante il Viaggio è un risparmio inutile e fatto sempre troppo tardi, perchè il tempo è solo degli uomini e ciò che accade adesso non sarà più e ciò che è meraviglioso adesso, non lo sarà più.

La Bellezza invece non ha tempo, non muore, è ovunque; solo per noi che siamo effimeri, la Bellezza è adesso e lo è per tutti. Distratti dall’inutile, dalla folla, dalla smania, dalla paura di sentire; ci spegniamo prima di essere nati e di Lei non ne vediamo nemmeno un lembo del vestito, non ne sentiamo il profumo, non ne conosciamo lo sguardo innamorato.

Nessuna magia, nemmeno dove la magia è ovunque e ci pervade; noi si chiacchiera di niente e alziamo le voci a stordirci di noi stessi e della nostra pochezza.

Sinfonia afona, luce in ombra, vite inutili. 

Sinfonia afona