Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

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Non è il caso di esagerare, con il grigio

Lalucefaunpo’comelepareanchecromaticamenteparlando,diciamo

La chiamo verde questa luce che mi raggiunge fino ai piedi del letto. La chiamo così perchè so che prima di arrivare qui ha visto il mondo là fuori e me ne porta un po’ e sa di menta, del freddo profumato che sale dalla terra e lungo le vallecole e colora l’aria, di verde, appunto, ma anche un po’ di giallo e azzurro.

La vedo scivolare silenziosa per non svegliarmi e io fingo di dormire, giusto perchè non svanisca; la guardo allungarsi piano lungo le linee del mobile ed entrare negli angoli per farli sparire e rendere liscio e senza spigoli il mondo qui dentro.

Erano anni che non sentivo cantare un gallo e stamane c’era anche lui e cantava, una, due, tre volte, come tradizione vuole; alla terza volta la luce la chiamo rossa, come le arance scure, quelle che gocciolano sangue dolce lungo le dita e rivoli arrivano ai polsi, dove tu li assaggi e li fermi sperando non arrivino al gomito e speri che magari ritornino al cuore.
Dietro a quella porta c’è un vano senza finestre e lei entra dalla fessura sotto la porta, lungo il pavimento ed è gialla e polverosa di velluto bianco mentre sale lungo le setole delle scope. Ci sarà qualche formica che zompetta tastandola con le antenne nere e lente e forse è così che sorridono le formiche e lei sorride a loro e intanto ne accarezza la pelle dura e lucida.

La chiamo calda, adesso, che il sole arriva ovunque, fra il grigio e le ombre viola e ne fa forme e chiavi nuove che basterebbe raccogliere e ricordare, per aprire altra luce. E allora la disegno e la fermo fra i pensieri, come una spilla da appuntare o un ago da riprendere in mano, domani, o stanotte, in un altro momento.

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Vecchiefotolontanechenemmenosembroio,lì

Mi accontenterei di poter appoggiare un piede al muro, con le mani dietro alla schiena, piegare la testa un po’ di lato e sorridere con i denti piccoli,mentre il sole mi scalda la fronte; mi accontenterei di sentirmi ancora come mi sentivo in quella vecchia foto in bianco e nero, con i capelli troppo raccolti e gli occhi troppo chiari, per capire da dove mi arrivano queste ondate di malinconica nostalgia, a volte.

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Sognidilucerossapiegataafalcenelmezzodiuncielocoperto

Stando alla luna rossa di stasera, di stanotte, che dire essere bella è come dire che il cielo è grande, ovvero come dire niente, dicevo: stando a questa luna non potrei trovare un buon motivo che mi spieghi questa malinconia, questo sentirmi un po’ spenta e ripiegata e vuota che non so levarmi di dosso prima di andare a dormire; me la porto a letto e so che potrei dormirci, oppure no.

Ci sono sogni che la malinconia lentamente me la sfilano da dentro portandosela chissà dove  senza che io lo sappia e che mi fanno risvegliare sorridente, più leggera; e poi ce ne sono altri che ne aggiungono ancora un po’, invece, e mi fanno salutare l’alba con quel senso di inquietudine che mi accompagna per tutto il giorno, come se avessi dei sacchetti profumati di azzurra e lieve tristezza nelle tasche.

Se potessi decidere di che cosa sognare, però, non saprei scegliere. E meno male che i sogni fanno un po’ loro, meno male che fanno un po’ come gli pare e si scelgono da soli.

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