Avrei preferito…

Avrei delle domande da farti, ma mi distrae questo rumore di neve che fa scorrere il sangue delle montagne e lo porta a giocare con la pelle della terra, aspettando che si scaldi.

Ti ricordi di quando aspettavamo la pioggia e la chiamavamo con canzoni senza parole, per poter stare a rovistare fra le braci con un bastone, mentre tu mi dicevi, e io ti dicevo? Ti ricordi? Eravamo così vicine, allora.

Mi ricordi qualcun altro, adesso; sei sparita come quando la musica sfuma nel rumore del sole freddo e si fa diversa, più lenta, ancora dolce, ma distante come quando il giorno sfuma; chissà dove stai andando….

Ho spesso l’impressione di averti persa e di non essermi mai affannata abbastanza per raggiungerti; mi manchi a volte, come se avessi il buio delle notti senza luna, dentro; e vorrei sentirti, poterti toccare davvero, come si tocca la corteccia di un vecchio albero, che non dice niente e rimane fermo, ma mi ascolta, e lo ascolto.

E quante volte, poi, mi sono detta che avrei preferito riuscire ad ignorarti, continuare a giocare e non curarmi di nient’altro che di braci e scintille nei giorni di pioggia e di giochi a schivar le ortiche sotto il sole, e di odore di fieno e voli di lucciole e profumo di polvere e polline e cose da niente, tante, da niente. Mi sarebbe piaciuto continuare così, per sempre, e non sapere, non riconoscere e non dover nascere per forza.

Mi hai detto che non dovevo temere, ricordi? Fu una di quelle volte che la musica mi toccò davvero e mi fece piangere ancora e vibrare, perchè non sapevo come dire, come scrivere, come respirare e allora ho pianto e mi son dovuta lasciar portare; mi dicesti che non dovevo temere, anche se non avevo pelle a coprirmi.

Non ci sono riuscita, mi spiace. Ho dovuto aver paura, spesso, anche se avrei preferito schivare le ortiche per gioco ed il sole e la polvere di terra e polline, per sempre. Mi sarebbe piaciuto continuare così, avrei preferito, in fin dei conti.

 

Avrei preferito…

Senonsaiquantevoltenonlosonemmenoio

Senti un po’, lo sai tu quante volte mi son ritrovata a dormire sotto gli alberi,io? Tu lo sai quanti respiri ho trattenuto ascoltando il battito di un’ala o il rompersi di un ramo o il fruscìo fra le foglie? Lo sai quante volte ho guardato il cielo e ho provato a capire il volo del gheppio mentre attacca l’astore? Lo sai quante volte ho fissato la corteccia di un albero caduto, in parte decomposto, per capirne la specie dal colore delle fibre sfatte? Lo sai quante volte ho pensato che il microcosmo è la meraviglia che mi fa godere del macrocosmo, guardando il muoversi lento ed alternato delle antenne di un cerambicide? Lo sai quante volte, pensando a tutto questo, vivendo tutto questo avrei voluto che tu lo sentissi un po’ come lo sento io, che tu lo vivessi un po’ come lo vivo io? Nello stesso momento, magari, per amarlo insieme? E lo sai quanta paura ho avuto quando ero sul punto di raccontarti tutto, di dirti come il Mondo mi torna dentro, della sua spirale che mi assorbe, di come mi porta via lontano ogni volta che mi lascio raggiungere? Le sai queste cose? Lo sai quante volte? No? Nemmeno io.

Senonsaiquantevoltenonlosonemmenoio

giocodiazzurrimmaginari

So che seppure non sarà semplice, potremo sfiorare l’immagine di noi immersa nel candore purpureo delle nubi al crepuscolo, un giorno. So che sarai lì con me, che di quelle magnifiche e fantastiche forme anche tu sorriderai e ne farai racconti e personaggi, come quando ci sdraiavamo nell’erba a indicare l’aria con le mani di farfalle che si sfiorano e di esse ne ricordavamo le effimere esistenze.

Mi stancherei encora e di nuovo di gioia, tu lo sai, nel sognare inseguimenti di draghi e colibrì nel gonfiarsi di aria morbida e colorata di sole; mi stancherei nel piacere di osservare l’irreale ed il nostro personalissimo possibile, muovendomi leggera alla ricerca della visione dei tuoi occhi lassù, lasciando che le ciglia battano al pulsare delle nostre menti, e gli occhi si socchiudano a sognare nel sollevare i nostri corpi.

Ci verrai, un giorno, a guardare le distese verdi ed i canti silenziosi lasciati fra i rami dalle stagioni passate, dalle epoche antiche. Sarò qui, quando vorrai volare per un po’ come fanno le libellule, radente sull’acqua di smeraldo, virando di elitre e arcobaleni, per poi posarti dove le pellicole di liquido ti parranno abbastanza ferme da saperti sostenere.

Ti aspetto.

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