Il coraggio di dire la verità

Che cosa stai facendo? Sto disegnando vignette.

Da quando? Da quando ho scoperto che è necessario dire la verità al mondo.

Perché è necessario? Perché voglio raccontare il mondo per quello che è, voglio dire la verità e voglio che la gente la conosca. E’ un diritto della gente conoscere la verità.

In che modo intendi farlo? In un modo semplice e divertente, in modo che tutti possano capire. Anche capire le cose più complicate è un diritto della gente.

Ma così, se disegni le vignette li fai ridere, ti prenderanno sotto gamba! Se la gente trova un motivo per ridere ha anche un buon motivo per ragionare sul perché sta ridendo.

Secondo me devi stare attento; la verità è scomoda e dà fastidio… qualcuno potrebbe non divertirsi tanto e fartela pagare. E’ vero, ma se nessuno  racconta la verità, nessuno può conoscerla. Se qualcuno non ride è perché la verità lo riguarda direttamente; probabilmente quello che non ride o è un prepotente o è uno che sta subendo una prepotenza.

Bisogna guardarsi dai prepotenti. Hai ragione. Bisogna difendersi dai prepotenti. Io disegno vignette per permettere alla gente di difendersi dai prepotenti, da quelli che vogliono raccontare balle alla gente per fare i loro comodi senza che la gente se ne accorga. Se non conosci la verità non ti puoi difendere.

Perché non ci si può difendere? Perché i prepotenti contano sull’ignoranza della gente per fare i loro porci comodi a discapito di tutti. Se tu conosci, se sai ragionare sulla verità, allora ti puoi difendere dai porci prepotenti.

Sei volgare. Lo so, lo si diventa un po’ quando si raccontano verità volgari. E la verità spesso è ben peggio che volgare.

E se qualcuno si arrabbia? Vuol dire che ho raccontato bene la verità.

Non so se lo puoi fare; se qualcuno si arrabbia, magari te la fa pagare. Lo devo fare comunque.

Perché lo fai se sai che rischi grosso? Perché è un mio diritto poterlo fare e perché è diritto di tutti conoscere e poter ragionare sulla verità. Te lo immagini un mondo dove nessuno può dire quello che pensa?

No, non riesco a immaginarmelo. Secondo me stai esagerando. Noi viviamo in un mondo civile. L’hai detto tu che sto rischiando grosso…

Sì, l’ho detto… forse hai ragione… hai molto coraggio. Non più di quelli che mi hanno permesso di poter raccontare il mondo disegnando vignette.

E chi sono quelli? Quelli che in passato sono morti per renderci liberi e quelli che oggi leggono le mie vignette ragionando sulla verità. Perché per ragionare sulla verità e agire di conseguenza ci vuole coraggio.

Non lo so se tutti hanno questo coraggio. Allora ci vuole qualcuno che questo coraggio ce l’abbia e che possa regalarlo anche agli altri. I prepotenti non hanno paura del coraggio di uno solo, ma se la fanno sotto di fronte al coraggio di molti.

Ne vorrei un po’ anch’io. Tò, ti regalo questa vignetta, fatti una risata e poi vedi se non ti senti un po’ più forte!

Funziona! E’ questo che fa paura ai prepotenti: in una vignetta, in una risata c’è una forza che nemmeno un kalashnikov!!

Stai scherzando? Come fa una vignetta ad essere più forte di un kalashnikov?! E’ esattamente così, perchè una vignetta una volta creata e fatta leggere alla gente non svanise ma rimane nella testa delle persone e crea nuove idee. E con lei rimane l’idea di libertà e di verità che si porta appresso! Anche dopo la mia morte!

In un certo senso è più forte anche della morte. Sì, una vignetta è più forte anche della morte!

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Il coraggio di dire la verità

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Seppia guarda tutti dalla sua poltrona. Lui è enorme e tiene le palpebre pesanti appena socchiuse. Lui guarda. Il salotto si riempie di gente ogni mercoledì, ma lui li fa entrare uno alla volta, come quando si va dal medico.

Molti vanno a trovare Seppia, molti lo cercano e aspettano che lui parli.

Dopo avergli chiesto consiglio se ne stanno in silenzio e aspettano. Seppia li guarda dalla sua poltrona di pelle verde; li guarda e socchiude le palpebre e ogni tanto si sente il sibilo di un respiro che cerca di farsi strada fra il catarro che Seppia espelle senza ritegno, così,ogni tanto, sputando nella sputacchiera appoggiata a terra, a lato della poltrona di pelle verde dove Seppia sta seduto.

Seppia è lento, si muove lento, guarda lento ed è disgustoso, ma osserva e sa dare ottimi consigli.

Il cretino amante della figlia del sindaco entra, si schiarisce la voce e poi tutto d’un fiato, sudando, chiede a Seppia se ci sono speranze che il rivale prima o poi soccomba, che schiatti insomma, visto che soffre di violente crisi epilettiche, ma non si decide ad avere la crisi definitiva.

Seppia guarda l’amante cretino della figlia del sindaco da sotto le palpebre pesanti, respira un po’ smuovendo il suo catarro grasso, si massaggia il ventre enorme con due mani piccole e troppo gonfie, non grasse, ma gonfie.

Seppia osserva l’amante cretino, che aspetta. C’è puzzo di chiuso e fuori dalla porta qualcuno mormora qualcosa.

Gira un po’ la testa, Seppia, e guarda le tende di velluto pesante, chiuse; respira un po’ più a fondo e tossisce, di colpo, improvviso come un abbaiare di cane pestato e poi sputa.

La testa di Seppia non ha collo e si gira verso l’amante cretino, la faccia un po’ più rossa, congestionata. Seppia guarda in faccia l’amante cretino e parla:

-No, non hai speranze, cretino!-

L’amante cretino impallidisce, si guarda la punta delle scarpe, guarda le tende di velluto, chiuse, si gira un po’ di lato e si azzarda a dire, quasi sottovoce:

-Ma… –

– Sei un cretino! Per questo non hai speranze!!-

Seppia non parla mai sottovoce.

Ed il cretino si porta le mani al petto, come se lo avesse trafitto qualcosa di appuntito, di rovente. Abbassa gli occhi al tappeto e si perde per qualche secondo negli arabeschi del disegno; annuisce, si gira ed esce, piano.

“Avanti un altro!”

si sente dire dal cameriere nell’anticamera. E Seppia scatarra ancora.

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