La memoria più lunga

Dava uno sfondo ocra e di lenzuola fresche di bucato alle parole; poi, a volte, erano verdi acquamarina e sapevano di sale, altre volte di terra bruciata e di suoni insistenti di cicala. Era così; aveva molti anni, ma nemmeno lei sapeva quanti e sapeva di pulito e odorava di cenere e di semi di girasole, a volte.

Nessuno mai si era lamentato di aver patito sonno o noia quando lei si metteva lì seduta davanti all’uscio e cominciava a dire, e nessuno mai avrebbe messo in dubbio nemmeno una sola parola che le usciva dalle labbra. Eppure sapeva dire di cose inverosimili, pazze il più delle volte, e assurde. Però tutti sapevano, non si sa come, che lei era vera e quel che diceva era verità.

Prima chiamava le galline e poi, con la mano ossuta e abbronzata, raccoglieva il granturco dal grembiule sollevato a formare un piccolo sacco e con un gioco di polso rapido e deciso, gettava i chicchi a ventaglio e quelli cadevano rimbalzando sul terreno battuto e arido del cortile, finchè il becchettare rapido delle galline non li facevano sparire.

Lei cominciava sempre così, come fosse un rito e anche se non c’era nessuno che la stava a sentire, anche se il mattino era troppo freddo perchè qualcuno lasciasse il tepore della casa per godersi le albe spettacolari, come faceva lei, ogni giorno, in ogni stagione e da chissà quanti anni, lei usciva sull’uscio, chiamava le galline e cominciava a dire.

Usciva anche quando pioveva e si sedeva sotto il porticato a guardare l’acqua che cadeva e fissava a lungo il cielo cupo, con le galline che le si facevano più vicine, come se lei fosse stata una grande chioccia, ma senza piume e con le mani piccole e forti e gli occhi grigi che guardavano sempre lontano e a volte diritti fino alla pancia di chi l’aveva ascoltata dire, e quello, o quella, avvertiva in cuor suo che lei ne sapeva più di tutti, anche delle cose nascoste, anche di quelle che nemmeno lui o lei sapeva di sè stesso, o di sè stessa.

E poi cominciava a dire con quella sua voce un po’ roca, eppure resa dolce dal tempo e a volte cantalenante, a tratti melodiosa, quasi ipnotica. Sapeva dire di uomini e donne che nessuno al paese aveva mai incontrato, perché erano morti da tempo e solo lei poteva averli conosciuti, così diceva.

Li chiamava per nome, ma senza mai dire a che famiglia appartenevano e ne parlava come se fossero stati tutti amici suoi, con un tono nostalgico e un fondo di affetto sincero che lasciava un senso di struggimento a chi ascoltava. Pareva che lei conoscesse fin nell’intimo le vite di tutti da sempre. Sapeva di cose che non furono mai dette, ma solo sofferte, o sentite, o pensate. Sapeva di desideri, timori, angosce; lei sapeva tutto e sapeva dirne e tutti la stavano a sentire, specie nei giorni di festa, quando non si lavorava e si poteva andarla a trovare. Venivano dai paesi vicini e da ovunque si era sentito parlare di lei e di cosa lei sapeva e di come sapeva dirne.

Si raccoglievano a formare una piccola folla sull’uscio e le galline, abituate a quel via vai, gironzolavano tranquille fra piedi e caviglie, cercando chicchi nascosti sotto le suole.

Fu un giorno di primavera che lei ne parlò per la prima volta.

Disse che era arrivato dalle montagne proprio in un giorno di fine primavera come quello, e che quando lo videro apparire da lontano, portava sulla schiena un enorme e alto bagaglio, tanto che mentre camminava pareva avanzasse dondolando a destra e a manca un corpulento gigante senza testa. Invece lui, sotto quell’immane fagotto, era piuttosto magro, addirittura un po’ gracile e portava quel peso con una forza che non gli veniva dalle spalle o dalle gambe, ma da qualche altra parte, disse lei, seppure non si poteva dire da dove.

Entrò in paese, disse, in silenzio e chi lo vide pensò che era un fatto davvero strano, perchè i  venditori ambulanti che arrivavano fin lì a piedi, urlavano e cantavano per chiamare le donne e per proporre la loro merce.

Lui invece arrivò con passi lenti e silenziosi e quando fu vicino alla fontana della piazza appoggiò il pesante e voluminoso bagaglio sull’orlo del muretto a secco, si tolse le cinghie che gli tagliavano le spalle senza emettere alcun suono: niente, nemmeno un breve sospiro di sollievo. Poi, con le braccia a penzoloni e le spalle incurvate in avanti, la faccia nascosta dall’ombra del grande fcappello nero e dondolando un po’ come se l’abitudine al peso gli avesse insegnato a camminare in quello strano modo, si diresse piano piano alla fonte per bere.

Alla fonte stavano le donne a lavare i panni ed il loro vociare si spense all’improvviso quando lui si avvicinò. Lui le guardò con occhi neri e placidi; aveva uno sguardo che ricordava un po’ quello di un bue o di un cane molto mansueto.

Le donne lo fissarono in silenzio, continuando a lavorare. Lui piano chinò un po’ la testa in segno di saluto, si tolse il grande cappello, e sorridendo sotto ai grandi baffi neri, diede dei colpetti alla sommità del copricapo per creare l’incavo adatto. Poi lo mise sotto al rubinetto della fontana e lasciò che si riempisse d’acqua, per poi berne a brevi sorsi. Le donne smisero di guardarlo, aspettandosi che lui proponesse loro la sua merce.

Ma lui non disse nulla. Rifece un piccolo inchino, si voltò e si diresse lentamente con il suo passo dondolante verso la sua mercanzia e fece per rimettersela in spalla. Stava per andarsene quando una comare fra le più curiose si fece avanti e disse:

Hoè! Cos’è che vendete di bello?

Lui si fermò e si voltò in direzione delle donne con uno sguardo che si sarebbe detto sommesso, o forse un po’ stupito.

Oh, nulla di particolare… solo stoffe e chincaglieria… attrezzi da cucina, articoli da cucito… solite cose, insomma. Però…

e qui l’uomo si fermò e sembrò voler aggiungere qualcosa, ma poi scuotè il capo, fece un gesto con la mano, come a dire, non ha importanza, e poi fece per andare, rifacendo il solito inchino in segno di saluto.

Allora la comare che aveva parlato, vedendo che il venditore non faceva nulla per proporre la sua mercanzia disse, alzando un po’ la voce:

E a chi avete intenzione di venderla quella ròba, se posso chiedere?!

l’uomo si fermò una seconda volta e volgendosi piano disse:

Mah non so, a chi gli serve, a chi ne ha bisogno. Magari qualcuno a cui farebbe comodo!

Allora la comare guardò le compagne con gli occhi di chi sa che gli sta sfuggendo qualcosa, ma non riesce bene a capire cosa. E di rimando le donne le restituirono lo stesso sguardo. Poi la comare disse:

E secondo voi, a noi non potrebbe servire nulla di ciò che vendete?

Allora l’uomo dai grandi baffi sembrò guardare per un attimo l’unica nuvola che stava passando in cielo e poi, dopo averci pensato un po’ e volgendo lo sguardo nuovamente alla comare rispose:

Beh, può darsi… non saprei… potrebbe anche darsi. Ripetè

La comare parve spazientirsi e asciugandosi le mani nel grembiule con fare risoluto disse:

Venite qua, fate vedere questa merce, poi ve lo diciamo noi se ci serve qualcosa o meno…

Il piccolo uomo dai grandi baffi neri guardò la donna con due occhi scuri che sembravano quelli di una animale molto buono, in procinto di smarrirsi, come qualcuno che si sta per scusare per qualche mancanza di tatto e disse:

Ma siete certa?

Certissima!!

rispose quella e si avvicinò all’omino a grandi passi. L’uomo ripose il suo bagaglio sul muretto a secco e con una lentezza e una grazia che nemmeno fosse stato educato in convento, si mise con  fare serio, serio a spiegare le stoffe, ad aprire piccoli cassettini e ad esporre i piccoli oggetti contenuti nella cassetta di legno che si era portato sulle spalle e sulla quale era stato appoggiato il grande pacco di stoffe. La merce era preziosa e di qualità. Pettini in avorio, specchietti con cornici d’argento, piccole zuccheriere in oro. Roba che non si era mai vista al paese!  Lui la maneggiava con una cura tale ed un’attenzione che fecero un’ottima impressione alle donne e queste si scambiarono sguardi compiaciuti.

Che prezzo mi fate per tre metri di questa?

chiese la comare, indicando una stoffa a fiori blu su sfondo rosso e ricamata con filo d’oro, davvero preziosa, fine, leggera, morbida al tatto e molto bella.

Ah, questa!? Vedete, signora,

rispose l’omino,

questa stoffa è molto, molto preziosa; viene dall’oriente, sapete? Direttamente dalle indie e costa molto, davvero molto!! Forse un po’ troppo… tuttavia, a ben pensarci, il prezzo lo vale tutto, perché vedete, questa stoffa ha una proprietà che nessun altra stoffa ha; chi indossa un vestito fatto con questa stoffa, vedete, si allunga la vita di ben sette anni ogni volta!!

così disse l’omino con la sua voce soave.

La comare lo guardò sbigottita!

Volete ripetere? Ho capito bene? Allunga la vita?

chiese.

Certamente signora,

rispose l’omino con uno sguardo serio che non dava adito a dubbi.

E ditemi…

disse la comare dopo un momento di smarrimento che tuttavia non era proprio del suo carattere sicuro,

…voi non ve lo siete fatto un vestito con questa stoffa?

chiese la comare

Oh, io no, signora.

rispose l’omino

A me basta vivere il tempo che mi resta. Son di poche pretese, io. Però so di gente che vive da moltissimo tempo proprio perché indossa sovente un abito fatto con questa stessa stoffa, sapete?

A quel punto le donne, che non si erano perse una sola parola, si guardarono tutte l’un l’altra e di botto scoppiarono tutte in una fragorosa risata!

La sapete lunga voi!

disse una delle donne

E pensare che sembravate così sprovveduto!

incalzò la comare ridendo forte.

L’omino sorrise, annuì col capo e si strinse un po’ nelle spalle. Poi fece per ripiegare la bellissima stoffa, ma la comare lo fermò mettendogli una mano sul braccio:

quanto?

chiese la comare.

Quindici soldi al metro, signora!

rispose con la sua vocina l’uomo dai grandi baffi neri!

La comare strabuzzò un po’ gli occhi, poi guardò le compagne e poi guardò di nuovo la stoffa, la prese in mano, la riguardò allargandola con le braccia perché la luce del sole l’attraversasse facendone splendere i colori davvero belli.

E sia!

disse poi la comare con voce risoluta, ne prendo tre metri!

Un vociare di invidia e ammirazione salì fra le donne che, seppur a malincuore, non potevano permettersi niente di simile. L’omino fece un inchino profondo, stavolta, come chi si trova di fronte ad un personaggio degno di grandissimo rispetto.

La comare disse all’omino che avrebbe dovuto andare a casa per prendere i soldi e lo invitò a fermarsi un momento da lei, così avrebbe potuto parlare con il marito, perché era lui che teneva la cassa.

Certamente…

disse l’omino facendo un profondo inchino e prima di allontanarsi seguendo la comare, fece un breve sorriso in segno di saluto alle altre donne, e quelle rimasero mute e  serie ad osservare la loro compagna che si allontanava con quello strano mercante.

Il marito sulle prime ovviamente non volle saperne, ma la massaia sapeva come farsi ascoltare e alla fine di una lunga ed estenuante (per il marito) discussione, l’acquisto venne fatto.

L’omino una volta fatto l’affare, si congedò con il suo modo gentile e sommesso, ringraziando a più ripetizioni ed allontanandosi sull’uscio senza dare le spalle ai suoi clienti. La cosa strana fu che in paese nessuno lo vide più e cosa ancor più strana: nessuno lo vide passare per le stradine che portavano sui passi e quindi verso i centri vicini. Fu come se l’aria lo avesse inghiottito di colpo.

La stoffa era lì sul tavolaccio della cucina in tutto il suo splendore e riempiva con i suoi bellissimi colori di allegria e di luce tutta la stanza.

Vedrai che meraviglia di vestito che mi cucio con questa stoffa, mio caro!!

disse la comare al marito.

Il marito non disse nulla e pensò che avrebbero dovuto fare a meno di un bel po’ di scorte per l’inverno prossimo, vista la spesa fatta. Tuttavia sapeva che non c’era niente da fare, perché quando la moglie si metteva in testa una cosa non c’era verso di farla rinsavire.

La comare pochi giorni dopo si fece un bel vestito con la stoffa nuova e quando arrivò il giorno della festa d’estate, lo indossò. L’invidia fra le donne fu molta e l’ammirazione altrettanta. Fu un successo e la comare gongolava di soddisfazione mentre sfilava e ballava con tutti quei fiori blu a farle da cornice.

La comare mise il vestito nuovo tutte le volte che potè e visto che la stoffa non sembrava risentire dell’usura e del tempo, la comare alla fin fine venne vista molto raramente senza quel capo adosso e lei, dal canto suo, non se ne stancava mai.

I dubbi si insinuarono nella sua mente il giorno del funerale di suo marito e poi del suo figlio più giovane. Poi il dubbio si fece certezza. Il marito era morto da molti anni, ormai, ed i suoi figli anche. Lei era rimasta sola e nemmeno le venne in mente di potersi risposare, perché si sentiva troppo vecchia. Era vecchia. Però non si sentiva vecchia, non lo era davvero, non dovendo giudicare dal suo corpo. E chi non la conosceva non le avrebbe mai dato più di quarant’anni!

Al paese la cosa che nessuno riusciva a capire era come lei potesse essere in così buona salute nonostante l’età, mentre i suoi stessi figli morivano di vecchiaia. Il suo corpo sembrava quello di una donna matura, ma non certo anziana. E fu proprio quel giorno, il giorno del funerale di suo figlio che lei si ricordò del vestito a fiori blu che, vista l’età, non metteva da tempo, perché i colori erano troppo sgargianti per una signora attempata come lei. Si ricordò anche di quel che le disse molti anni prima il rivenditore di stoffe dai grandi baffi neri e d’improvviso si sentì la terra mancarle sotto i piedi.

Corse a casa, aprì il baule dove teneva i suoi vecchi vestiti e quelli del marito e lo trovò, intatto, perfetto come non fosse mai stato indossato, il suo vestito meraviglioso. Presa da uno sconforto indicibile per il dolore che stava sopportando per via dei lutti che gravavano sulla sua esistenza, lo strappò e lo gettò nel baule con rabbia. Non volle più pensarci.

La vita andò avanti e lei si risposò più volte e fece altri figli e li vide invecchiare e morire tutti. Un giorno una delle sue figlie trovò il vestito strappato aprendo il vecchio baule! Chiese alla madre se poteva sistemarlo e indossarlo, ma lei rispose calma che no, non poteva, perchè era da tempo che voleva farne delle tende da appendere alle finestre. lo disse con la calma data dalla saggezza degli anni, dei moltissimi anni che aveva vissuto.

Prese un paio di forbici e della bellissima stoffa fece due tende da appendere alle finestre della cucina, in modo tale che a nessuno sarebbe mai più toccato il suo stesso destino, per il quale vedeva morire una dopo l’altra tutte le persone che più amava.

Così raccontò lei quel giorno di primavera, mentre una brezza leggera primaverile smuoveva le tende rosse a fiori blu appese alle finstre aperte e le galline spiluccavano e becchettavano le suole degli astanti.

La memoria più lunga

Lo decido io quando…

Ci sono questi che mi saltano addosso, come fanno le pulci, esattamente come le pulci. Sono pulci, infatti. E probabilmente sono pulci incrociate con i pidocchi; degli ibridi ciucciasangue; fanno il lavoro meglio dei pippistrelli vampiri, che invece non succhiano il sangue, tranne quelli brasiliani. Ma qui non siamo in Brasile, no davvero!

E’ un giorno dei migliori, questo; e fra i migliori dei giorni di merda che mi son trovata a vivere, riesco ad apprezzarlo particolarmente. 

Mi ricordo di due giorni fa, quando riuscivo pure a lamentarmi che manca tutto in questo accampamento di disperati, non solo il cibo e l’acqua, ma anche la carta da culo, sebbene nessuno se ne accorgeva, perché se non hai niente nello stomaco è difficile che ti serva la carta per pulirti il culo.

Mancava l’acqua da bere, figuriamoci l’acqua pulita per lavarci e allora per bere e per lavarci ci si arrangiava con l’acqua sporca di un pozzo melmoso. Adesso abbiamo smesso, di bere, di lavarci, di muoverci.

C’è da dire che il fango soffoca le pulci, ma non i pidocchi, quelli resistono. Ed anche gli ibridi sono resistenti, quei bastardi! Non ho le prove dell’esistenza dell’incrocio ibrido dei ciucciasangue, in effetti, ma in tutto questo tempo dove i parassiti potevano prolificare fianco a fianco in maniera tanto promiscua, trovo improbabile che non si siano accoppiati, almeno qualche volta.

Noi invece niente, non abbiamo avuto la forza per pensare ad accoppiarci; eravamo troppo occupati a pensare alla nostra personalissima, mera sopravvivenza minuto dopo minuto. Se non ci fosse stato quel pozzo fangoso saremmo morti tutti molto prima, molto più in fretta.

Quando il sole è alto adesso, il pensiero di sopravvivenza si ripropone con una frequenza più serrata:  non più minuto dopo minuto, ma secondo dopo secondo e a volte qualcuno smette di pensare, perché è morto. Allora chi ce la fa tenta di allontanare il cadavere, giusto per non sentirne troppo il puzzo mentre si decompone al sole.

All’inizio li seppellivamo sotto le pietre, poi ci siamo limitati a spostarli l’uno accanto all’altro, in una specie di fossa comune fuori terra, perché quella era un’attività che richiedeva molte energie e un po’ alla volta si lasciava che chi smetteva di pensare e di vivere, giacesse lì dove aveva smesso di respirare e poi, di notte, quando il sole beveva meno vita dalla pelle e sembrava più facile respirare e muovere gambe e braccia, ci si trascinava noi un po’ più in là, distanti dagli ultimi morti, ma mai troppo distanti dal pozzo fangoso.

Alla fine si è creato questo cerchio di morti,come una specie di stella a più raggi e noi siamo gli ultimi tre raggi vivi.

Abbiamo la pelle ustionata, anche se il fango secco un po’ fa da filtro ed i viveri non bastavano più per nessuno da almeno tre giorni, o forse di più, non ricordo. Alla fine lo sappiamo che non c’e niente da fare, ma qualcuno si ostina a non rassegnarsi e si è messo a piangere, nemmeno troppo in silenzio; insomma, un po’ sto piagnistèo che fa da sottofondo al vento secco e caldo rompe i coglioni a tutti, cioè a noi altri due rimasti.

E’ strano come l’uomo abbia la forza di scoglionarsi a causa della presenza dei propri simili fino alla fine.

Dopo due settimane ci siamo trasformati in esseri inumani, inermi e ossuti, striscianti nel fango e dei venti che facevano parte della comitiva siamo rimasti noi tre: l’aragosta toscana che mugugna in continuazione, il pelato scozzese, ed io, che probabilmente assomiglio molto ad una foglia di lattuga secca… o perlomeno così mi sento.

E nei secondi brevi di lucidità mi chiedo perché noi siamo ancora vivi; quando per brevi istanti rinsavisco, continuo a chiedermelo. Mi faccio domande cretine come: perché la morte per qualcuno arriva all’improvviso e per qualcuno pare non abbia proprio fretta, e fa attendere, fermandosi magari a prendere un gelato da qualche parte e passeggiando lentamente, attardandosi davanti alle vetrine dei centri commerciali prima di venire nella mia direzione e finirmi?! Magari senza mettermi minimamente al corrente oppure, come in questo caso, facendosi annunciare da un mucchio di disgraziati che piano, piano, giorno dopo giorno sono stati presi prima di me, dandomi un bell’esmpio di quel che diventerò insomma!

Mi chiedo se c’era un motivo, ma poi mi stufo, perché in realtà io lo so, che un motivo non c’è mai. Si nasce perché si nasce e si muore perché si muore. Fine. E nemmeno sul modo in cui si vive c’è un granché da speculare; si vive per quelli che si è e fine.

Certo che, se ci penso, questo fatto che si tenta di darsi mille spiegazioni portando sè stessi all’illusione che ci sia un senso da qualche parte nel vivere, è una gran presa per il culo. Forse il senso vero sta nel nascere ed imparare a prendersi per il culo pensando di avere unsenso… e poi morire. E allora il senso vero sta nel morire.

Un ibrido ciucciasangue sta tentando di azzannarmi alla giugulare; lo lascio fare, che tanto, una volta finita la scorta dei nostri tre serbatoi ematici, pure i ciuccisangue son destinati a seccarsi al sole e darsi un senso, crepando. E non mi sento nemmeno di dire che gli sta bene; in realtà non me ne frega niente. E forse questa è la mia posizione ultima più sincera: in buona sostanza, io di tutto questo arrancare, adesso che è finita sostanzialmente me ne fotto! E non si pensi sia perché le circostanze me lo impongono: è una scelta… un po’ forzata, un po’ indotta forse, ma pur sempre una scelta!

Sento un ronzìo insistente; vuoi vedere che i ciucciasangue a forza di accoppiarsi hanno sviluppato le ali e adesso stanno mutando in pulce-pidocchio-zanzara?! Bastardi! Bevete pure, parassiti!Perirete anche voi diventando delle vecchie ciabatte secche!

Però sto ronzìo è piuttosto potente e se di ibrido insetto, acaro o aracnide si tratta, dev’essere mostruosamente grande! Non apro gli occhi, non mi interessa, non ho voglia di vedermi un mutante davanti; voglio morire con l’immagine del sole cocente che mi brucia da dietro le palpebre, piuttosto…    

Mi pare di sentire delle voci… o sto delirando, o è atterrato un elicottero e stanno venendo a salvarci… cazzo, proprio adesso che avevo deciso di morire, vuoi vedere che mi tocca ricominciare ad arrancare?!

Lo decido io quando…

Sinfonia afona

Hai mai pensato alla forza che permane sospesa e in tensione fra un filamento di nube e l’altro, fra una fibra di foglia e lo stelo sottile, fra il contatto di un granello di polline minimo sospeso sull’acqua e l’acqua stessa?

E alla luce che nessuno sente e che ha il profumo di spazio fresco, di pulviscolo d’acqua e ghiaccio e colora la pelle degli alberi, stende pigmenti e riflessi sulla neve, ne solleva il brillare allegro; ci hai mai pensato a quanto urla alla vita la luce e a come sale e s’insinua e rende ampio il cielo?

E a quanto è vicino, terribilmente vicino e prezioso, lo spazio ampio? E fragile, come i cristalli di brina ed i petali immobili sospesi, trattenuti dal freddo.

E la forza che urla il Silenzio, l’hai mai danzata veramente, da fermo, immobile e a lungo a sentirne le note più profonde? L’hai mai lasciata scorrerti dentro fino a doverne piangere? Non è eterno lo scorrere delle linfe, è solo perpetuo e ad ognuno è concessa la pozione adatta a se stesso, in dosi minime.

Non berla mai, nemmeno una volta durante il Viaggio è un risparmio inutile e fatto sempre troppo tardi, perchè il tempo è solo degli uomini e ciò che accade adesso non sarà più e ciò che è meraviglioso adesso, non lo sarà più.

La Bellezza invece non ha tempo, non muore, è ovunque; solo per noi che siamo effimeri, la Bellezza è adesso e lo è per tutti. Distratti dall’inutile, dalla folla, dalla smania, dalla paura di sentire; ci spegniamo prima di essere nati e di Lei non ne vediamo nemmeno un lembo del vestito, non ne sentiamo il profumo, non ne conosciamo lo sguardo innamorato.

Nessuna magia, nemmeno dove la magia è ovunque e ci pervade; noi si chiacchiera di niente e alziamo le voci a stordirci di noi stessi e della nostra pochezza.

Sinfonia afona, luce in ombra, vite inutili. 

Sinfonia afona

Imparare

Avevo un nonno che a primavera andava nei boschi, quando ancora la neve copriva le montagne a chiazze ed il cuculo cominciava appena a cantare. Saliva nei boschi e cercava la primavera e quando la trovava se la metteva sul cappello e poi tornava sorridente ed orgoglioso in paese con i colori di primule ad accompagnargli il sorriso.
Mio nonno aveva i baffi lunghi e gli occhi di cielo e la voce tonante che quando cantava la messa mi pareva di veder tremare i colori delle vetrate sui banchi di legno.
Non era alto, mio nonno, ed era magro e svelto e camminava veloce come nessun altro; camminava lungo i pendii sui prati e nei boschi fino alle cime delle montagne.
A volte mio nonno scriveva sui quaderni di scuola, quelli piccoli e vecchi e mentre lo faceva si nascondeva un po’, ma io lo vedevo; ci scriveva le carnevalate, in rima, per far ridere le persone, ma poi non le dava in mano a nessuno, perchè si vergognava, che un uomo deve lavorare e non perder tempo con queste cose.
Mio nonno aveva i vestiti che sapevano di tabacco e quando andava sui pendii a sfalciare l’erba all’alba, mi portava con sè e faceva il giro con la falce alle fragole di bosco, liberandole dall’erba alta per lasciarmele raccogliere. Erano di quelle fragole piccole, gonfie di succo; le più buone.
Mio nonno sapeva tutto dei boschi e ci andava a camminare ogni giorno, dopo il lavoro, quando tutti erano troppo stanchi anche per parlare; lui spariva e andava a guardare il sole che scendeva a sera, fra gli alberi e a volte mi portava con sè, ma dovevo stare in silenzio.
Nei pomeriggi d’inverno mio nonno si metteva vicino alla stufa e si arrotolava le sigarette, in silenzio, mentre il fuoco crepitava e la neve cadeva. Mi guardava e aveva gli occhi un po’tristi, a volte.
Un giorno andò dal medico e quando tornò si mise a letto e soffrì molto e per molto tempo e io non lo potevo vedere spesso, solo ogni tanto potevo entrare nella camera bianca e salutare la sua testa piccola sul cuscino grande. E guardavo gli occhi blu sempre più tristi.
Poi morì e lo misero in una bara con il vestito buono e io per due giorni potevo stare a guardarlo quanto volevo. Non vedevo i suoi occhi, che erano chiusi, ma sicuramente era meno triste, adesso, perchè aveva la faccia che non soffriva.
E allora pensai che un giorno mio nonno raccolse un piccolo merlo, di quelli caduti dal nido; aveva un’ala rotta e una zampetta tutta contratta. Mio nonno provò a salvarlo dandogli da mangiare dei vermetti e dell’acqua, ma il merlo dopo poco morì. Allora mio nonno mi disse che era meglio così, perchè probabilmente dio aveva capito che quel merlo soffriva troppo per poter vivere. Lo mise in una scatola dei fiammiferi e lo seppellimmo insieme vicino all’orto e poi fu tutto finito.

Imparare

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Si raccoglie in piccole pozze limpide, prima che la terra abbia il tempo di accoglierla e poi cola via in piccoli rivi allegri, verso valle. Trovarsi sotto la prima pioggia arrivata dopo settimane di arsura è una sensazione che mette stupore addosso ed un senso di gratitudine, di piacere complice, con le nuvole, con l’aria che si tinge di bianco e di grigio e si lascia respirare fresca. Si sentono le resine crepitare di buono ed i lampi ed i tuoni si spandono e accendono l’aria di raffiche di vento freddo. Lasciarsi scorrere l’acqua fredda addosso, cercando di tenere gli occhi aperti, con grosse gocce che lavano le iridi, facendoti piangere attraverso un mondo opaco, fatto di colori sfumati, lenti e tenui come li volevi vedere, come da troppo sole non sapevi più sentire; ti mancava, moltissimo. Ed è la sensazione di freschezza, di luce diversa che ti avvolge e potresti stringertela addosso se solo ne trovassi un lembo fra le foglie, ma non serve; lei ti sfiora da dentro e si allunga con le ombre e ti allunga le notti per farti sentire calma e a casa, ancora.

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