Un branco di cavalli in corsa

Avere un branco di cavalli selvaggi in corsa nella testa è una sensazione impegnativa; ti devi gestire una serie di incongruenze date dalla tua condizione di sedentarietà, di pacifica sottomissione ad una vita soffocata dagli affanni di un’esistenza delirante. Non è una passeggiata.

E con quel rumore perenne e assordante di zoccoli al galoppo che ti rimbombano da un angolo vuoto del cervello all’altro, soverchiando il battito cardiaco, poi! Ci deve essere molto spazio, lì dentro intendo, nel cervello. Per farci stare tutti quei cavalli, ci vuole necessariamente molto spazio, voglio dire.

E la polvere che sollevano!? Una ròba che ti sembra di stare nell’occhio del ciclone, fra i colori di fuoco del sole che filtra attraverso il pulviscolo, facendone luccicare le microscopiche facce dei prismi minerali e gli occhi che bruciano, la gola secca.

E poi ti devi gestire il senso di smarrimento dato dall’impossibilità di vedere chiaramente gli orizzonti, in mezzo a tutto quel rumore e a quella polvere ocra, gialla, bianca… pur sapendo che si stanno avvicinando, loro, gli orrizzonti, mentre tu, con tutti quei cavalli al galoppo nella mente, e la mente che sta galoppando al loro fianco, stai andando in una direzione e nemmeno sai bene quale, ma in fin dei conti non ti importa molto.

Quella è la direzione e tu la segui e questo è tutto.

Ci sarà il mare poi? O che altro? E guaderò il fiume? Dovrò attraversare le montagne e ci troverò la neve? Se ci troverò la neve dovrò domare uno di quei cavalli meravigliosi e farmi portare… o forse costruirò una slitta e mi farò trascinare lungo sentieri e valli immerse nel candore dei ghicci.

E in estate farò il bagno nell’ immenso serpente di acqua luminescente che scorre sinuoso sotto il sole della prateria e sotto le stelle gelide del deserto. Perché stanno correndo in un luogo indefinito e sconfinato questi cavalli, e se ne vanno a zonzo da un luogo meraviglioso ad un altro ancora più splendido.

E io che dovrei fare? Ce li ho in testa e non mi resta che seguirli lì dove vanno. Voi che fareste?

E mentre li seguo e ne sento il rumore assordante e ritmico degli zoccoli, mi dico che la Terra è davvero grande; me lo dico così, in piena contraddizione con la mia condizione di sedentarietà fisica e di pigro arrancare da un attimo di presenza più o meno consapevole a quello successivo. Il tutto costretto in poche centinaia di km quadrati.

E intanto i cavalli si asciugano il sudore nella sabbia e nella polvere limosa delle rive e per alcuni minuti anche loro si riposano un po’. Solo un po’.

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Un branco di cavalli in corsa

Seze (7)

Dopo la tempesta Maya era rimasta chiusa nell’abitacolo della macchina resistendo al freddo; la paura di quell’essere del quale aveva intravisto solo il riverbero degli occhi alla luce della torcia elettrica le bastò per capire che non era il caso di avventurarsi fuori. Non aveva capito di che animale si trattasse, ma dalle dimensioni degli occhi le parve piuttosto grosso e visto che si era avvicinato tanto alla macchina, doveva essere anche poco propenso a farsi spaventare. Per di più le sembrò che la temperatura si stesse alzando e, vista la situazione, ritenne più saggio rimandare l’escursione notturna nella faggeta fino alla casa di Dodo, magari al mattino seguente, quando si sarebbe fatto giorno, anche se non vedeva l’ora di raggiungere finalmente il suo amico. Pensò che per scaldarsi era sufficiente che in quelche modo si tenesse in movimento, facendo degli esercizi nell’interno dell’abitacolo.
E comunque Dodo ormai la stava cercando, ne era certa. Si assicurò che la macchina fosse chiusa, controllò che tutti i finestrini fossero ben alzati e cercando di coprirsi quanto più poteva con la coperta che teneva sempre sui sedili posteriori, stringendo fra le mani il manico della piccola pala, cercò di stare calma e aspettò. 

Il cervello di Maya nell’immobilità del momento cominciò a lavorare: Maya in cuor suo sperò che Dodo non fosse lontano, ma poi, di colpo si rese conto che se lui era vicino, quell’animale poteva attaccare anche Dodo. Il cuore cominciò a batterle forte in petto quando pensò che mentre lei se ne stava lì tranquilla ad aspettare, forse Dodo era in pericolo. Quando questo pensiero la invase si scosse e decise che doveva muoversi. Cercò di capire se quell’animale era ancora lì attorno; la luce della luna illuminava il suolo fra le ombre dei faggi e si potevano distinguere bene le forme dei tronchi degli alberi e dei cumuli di neve, anche se non si vedeva più la strada, ormai sommersa. Tutto le sembrò immobile, ma non per questo più rassicurante.

Doveva uscire dalla macchina, pensò; abbassò i finestrini e con il cuore che le batteva forte sgusciò fuori dall’abitacolo. La piccola pala stretta fra le mani, la coperta sotto il braccio. La neve si era ghiacciata al punto da diventare una lastra di ghiaccio solido e questo a Maya sembrò un punto a suo favore; il cammino sarebbe stato più semplice, non essendo attrezzata per camminare sulla neve fresca. Anche il freddo sembrava più clemente, ora. Maya cercò la direzione e si guardò attorno.

La luce della luna sfavillava a tratti nel riverbero smosso dai cristalli di ghiaccio al suolo e le ombre si stendevano a disegnare tele di ragno grigio azzurre sul manto di neve e ghiaccio, allungandosi fra le fronde piegate, mentre dall’alto le stelle sembravano vegliare sulla foresta. L’aria odorava d’acqua e freddo e mentre Maya si sistemò la coperta sulle spalle, si ritrovò a guardare il cielo fra le fronde appesantite dalla neve: gli astri sembravano disegnare costellazioni nuove, disposte seguendo disegni celesti che non aveva mai visto prima. Sarà solo un’impressione, pensò.

E fu in quel momento che il crepitare e l’esplodere secco delle fibre di legno compresso sferzò l’aria all’improvviso. In pochi attimi sembrò che tutta la foresta stesse per crollare ed il rumore degli schianti dei tronchi al suolo riecheggiò ovunque sulla montagna. Un grosso ramo colpi con un tonfo l’abitacolo della macchina di Maya, che nel frattempo si era allontanata di alcuni metri; il rumore dello scoppio del parabrezza in mille frantumi la fece trasalire e correre istintivamente in una direzione qualsiasi.

Poi Maya si fermò di colpo e nel mezzo del rumore assordante dello spezzarsi del legno, si guardò attorno cercando di non farsi prendere dal panico e cercando con gli occhi un luogo sicuro dove potersi riparare. La luce della luna era fioca sotto le ombre del bosco e non era facile trovare una direzione, un luogo dove potersi tenere sufficientemente lontana dal pericolo dei tronchi e dei rami che ovunque stavano per cadere.

La luce della luna illuminò una radura che apparì come per magia davanti a sè; si era creata a seguito dello schiantarsi improvviso di due vecchi faggi dalle fronde altissime. Maya calcolò in breve la distanza degli altri alberi vicini e approssimativamente la loro altezza in modo da capire fino a che distanza avrebbero potuto raggiungerla nel caso fossero caduti. Si diresse al centro dell’apertura che si era venuta a creare, cercando di farsi strada fra i rami spezzati e ghicciati ed i grossi tronchi. Si fermò in un punto sopra elevato, a debita distanza dagli alberi circostanti e ranicchiandosi a terra in un luogo che sperò essere sicuro. In quella posizione aspettò che tutto quel frastuono sinistro si quietasse, ammesso che si fosse quietato.

Il tutto durò alcuni lunghissimi minuti durante i quali molti tronchi cedettero alle forze tremende a cui le fibre del loro legno erano state sottoposte dal peso della neve fino allo spasimo estremo. Gli scoppi di legno spezzato avevano smesso di colmare l’aria all’improvviso e così come il rumore dello schiantarsi sordo dei tronchi e dello spaccarsi dei rami era iniziato, di colpo svanì e ovunque cadde il silenzio, totale, pesante, gelido; s’insinuò come un vento immobile negli spazi liberi dalla materia e poi dentro, fin nell’intimo degli anfratti profondi e s’impossessò degli animi degli esseri viventi, immobili anch’essi e in ascolto, finchè anche di questi sembrò fermare il battito e lo scorrere delle linfe.

La vita parve addormentarsi, irrimediabilmente, inesorabilmente sprofondando nell’immobilità di un sonno senza ritorno, nello spegnersi di un attimo eterno.
Maya si sentì sfinita e per un tempo che non riuscì a definire si abbandonò ad un pianto nervoso e incontrollabile. Pianse come una bambina: era da moltissimo tempo che non piangeva, non ricordava nemmeno da quanto. Poi si calmò, cercò di respirare a fondo, per tranquillizzarsi. Si rimise in piedi e nel silenzio ascoltò il suo respiro.
Cercò di capire la situazione. Si trovava al centro di una radura ampia qualche centinaio di metri: molti faggi nel raggio di tale distanza erano caduti al suolo, in parte divelti completamente, ma la maggior parte avevano il tronco spezzato a metà, o erano quasi completamente privi di rami. Quelli più giovani e più elastici stavano resistendo. Maya pensò che quei pochi faggi rimasti in piedi sarebbero stati il futuro della faggeta, una volta che tutto sarebbe passato e gli equilibri della natura dopo quella notte assurda si fossero ristabiliti.

Gli occhi salirono a guardare il cielo, come a cercare un punto di riferimento in un gesto che aveva origini arcaiche, lontanissime; ma nemmeno le stelle sembravano più le stesse. Sembrava che nulla vesse più regole, in quella notte, che lei non si potesse affidare a niente, se non a se stessa.

Maya si portò con un po’ di fatica su una piccola collinetta, dove non c’erano alberi e da dove poteva avere una visione d’insieme della situazione e muovendosi si riscaldò un po’; questo le diede coraggio. All’improvviso le si strinse il cuore e le apparve un sorriso sulle labbra quando si rese conto che di torvarsi in un punto della foresta che conosceva bene: in quel posto, quando lei e Dodo erano bambini,  ci veniva spesso perchè lì c’era il recinto dei cavalli del nonno di Dodo. Il recinto si trovava proprio nel mezzo della faggeta e da qualche parte c’era anche un tettoia con una mangiatoia per il fieno dei cavalli. Maya la cercò con gli occhi fra le ombre notturne e la vide lì in fondo, sotto i riflessi argentati della luna, in mezzo al grande prato. Quasi senza pensare, istintivamente si diresse verso la tettoia che, quando non c’era tutta quella neve, veniva raggiunta da una pista trattorabile collegata alla strada per la casa di Dodo. Pensando che adesso sapeva esattamente dove si trovava e non ci avrebbe messo molto tempo per raggiungere Dodo, Maya fu presa da uno strano senso di euforia.

E invece, ancora una volta, come se qualche cosa che avesse il potere immane di giocare a piacimento con gli Elementi ed innescare, nel loro profondo evolversi, il mutamento innaturale e repentino nel tempo di uno schioccar di dita, l’aria si fece improvvisamente calda, il ghiaccio cominciò a scricchiolare, la neve a liquefarsi in rivoli invisibili.

E poi il caos si impossessò nuovamente del tempo e dello spazio: dal cielo terso caddero lampi improvvisi, carichi della potenza della luce e del fuoco; sferzarono l’aria ovunque, connessi l’uno all’altro come in un girotondo infernale di braccia infuocate e spezzate, violacee e spietate nella loro immane foga di colpire.

Fra le fibre di legno martoriato dei faggi secolari s’insinuò il guizzo fugace del fuoco, ed il suolo e l’aria furono scossi da un rombare di tuoni continui, assordanti, terribili.  I lampi avvolsero l’aria in una rete sinistra, implacabile, sospesa nel vuoto, tingendo le forme contratte degli alberi e le linee abbozzate del suolo innevato con la tavolozza intermittente di un giallo malato e di un verde acido, bluastro ed elettrico.

In pochi istanti fiamme dapprima sommesse si sparsero fra le fibre del legno e poi lingue altissime, vivide, gialle e piene si alzarono da ogni dove ed il legno cominciò la sua ultima agonia fra i sibili dell’acqua ghiacciata che ribolliva ed il crepitare di cellulose impotenti. In pochi minuti la foresta si trasformò in un inferno ed in alto, sorridenti, le stelle stavano immmobili a contemplare lo spettacolo. 

Maya rimase a bocca aperta, senza fiato, spersa e incredula, con la piccola pala stretta fra le mani e la coperta  attorno alle spalle; il respiro cominciò a farlesi affannato e come impietrita rimase lì a guardare quello spettacolo inverosimile, assurdo, spaventoso.

Il fuoco illuminava la foresta come se fosse giorno, il calore la raggiunse scaldandole la pelle, ma il prato era abbastanza ampio da metterla al sicuro dalle fiamme; quando Maya si rese conto di questo ritrovò il coraggio per muoversi. Si guardò attorno e si rese conto che quello era l’unico posto sicuro in quel frangente ed il pensiero andò a Dodo. Dodo doveva essere nel mezzo della foresta, in mezzo a quell’inferno! Maya si guardò attorno, cercando la direzione della vecchia casa: pensò che Dodo doveva essere lì in mezzo, da qualche parte e nemmeno troppo lontano. Fu presa da un senso di panico incontenibile e corse all’impazzata attraversando il grande prato nella direzione della casa di Dodo, spingendosi pericolosamente fino ai margini del bosco in fiamme dove la combustione del legno dei faggi si stava trasformando in un boato incandescente di scintille e ceppi ardenti. 

In quel punto il calore era insopportabile e l’aria era satura di un fumo acre e denso. Maya si rese conto troppo tardi che si era avvicinata troppo alle fiamme e l’aria irrespirabile le entrò nei polmoni; prima di cadere nella neve, gli occhi lacrimanti di Maya videro una strana figura dalla faccia floscia e rugosa, orribile e repellente che lentamente si chinava su di lei.

 

 

 

Seze (7)

Sneze (6)

Dodo ascoltava il silenzio mentre l’animo gli si faceva sempre più inquieto. Guardava dalla finestra i faggi carichi di neve, il cielo grigio ed i grossi fiocchi pesanti che non smettevano di cadere. Era tardi, il cielo cominciava a scurire e Maya avrebbe dovuto essere lì da almeno mezz’ora, ma dal fondo della strada ormai nascosta da un manto fin troppo compatto di neve, non si vedeva arrivare nessuno.

Poi, all’improvviso, smise di nevicare e in pochi attimi il cielo si schiarì. Dodo sospirò, fiducioso. Maya gli aveva detto al telefono che non era lontana, che aveva già raggiunto il pianoro e se il tempo volgeva al bello, poteva stare tranquillo: con un po’ di pazienza e un po’ di fortuna sarebbe arrivata in pochi minuti a destinazione. Si godette i colori del tramonto dalla finestra mentre alle sue spalle il fuoco nella grande stufa crepitava e riscaldava la cucina.

All’improvviso, mentre Dodo era assorto nella contemplazione dei colori magnifici del tramonto nella faggeta, immerso in quel paesaggio irreale fatto di neve e ghiaccio, vide che sul vetro della finestra si stavano formando dei cristalli di brina; delle specie di opere d’arte improvvisate dalla natura stavano prendendo forma all’istante. Sembravano dei disegni floreali di una fantasia geometrica esatta e si stavano espandendo sulla superficie esterna del vetro in brevi attimi contigui. Dodo non aveva mai visto nulla di simile. All’improvviso ebbe freddo e si allontanò istintivamente dalla finestra, portandosi verso la stufa. Aggiunse altra legna e ravvivò il fuoco, ma il freddo sembrava riuscire ad entrare da ogni fessura, da ogni minimo antro e raggiungere inesorabile la pelle di Dodo, che rabbrividiva, stringendosi le spalle. Era un freddo che non aveva mai sentito, quello, come se gli arrivasse da qualcosa che lo attraversava fin nell’intimo, attraverso le fibre dei tessuti del corpo e questo reagiva con un moto di rigetto. Si mise subito un altro maglione tentando di non pensare alla sgradevole sensazione che lo aveva pervaso.

Si sentiva come se qualcosa o qualcuno avesse invaso l’intimità confortevole della sua casa. Non si sentiva più al sicuro, questo era. Ed era questa la stessa sensazione che provava da settimane ormai, precisamente da quando gli stavano accadendo quelle strane cose delle quali non aveva avuto il coraggio di parlare a Maya; non nei dettagli, perlomeno, non come avrebbe voluto.

La notte spense i colori ambrati del giorno che si erano spansi sulla coltre imbiancata e Dodo ricacciò indietro quelle sensazioni ingombranti e paurose, concentrandosi e cercando di razionalizzare, così come aveva fatto nei giorni passati. Il pensiero tornò a Maya; si era fatto quasi notte e lei ancora non arrivava.

Dodo mise finalmente da parte gli scrupoli e si decise ad andarla a cercare, pensando che se Maya si trovava in difficoltà, così com’era probabile che fosse, lei avrebbe saputo mettere da parte l’orgoglio in vista di un aiuto concreto; o almeno così lui sperava. In ogni caso andarle incontro gli sembrò la cosa più intelligente e necessaria da fare. Avrebbe dovuto farlo prima; anzi, non avrebbe proprio dovuto lasciare che facesse la strada da sola! Avrebbe dovuto andarla a prendere! Ma lui la conosceva bene e sapeva che lei avrebbe preso quella gentilezza come una sorta di sfiducia nei suoi confronti… era complicata, Maya, e a lui era sempre andata a genio anche per questo, pensò sorridendo un po’. Sospirò e si scosse ancora una volta dalle sue elucubrazioni prima di prepararsi ad uscire; il cielo terso e stellato gli diede fiducia.

Appena Dodo aprì la porta di casa un vento improvviso, gelido e terribile sembrava volerlo ricacciare indietro. A stento riuscì a chiudere la porta alle sue spalle. Il freddo gli sembrò bestiale, tremendo; un freddo che gli entrava fino nel profondo dell’anima, delle ossa, come se si fosse esposto nudo alla tempesta. Si fece coraggio e proteggendosi come poteva, cercò di avanzare verso il garage. La neve si levava dal suolo creando una nebbia fitta di ghiaccio che gli sferzava la pelle della faccia rimasta scoperta. Provava delle fitte come se dei piccoli aghi di ghiaccio gli penetrassero in continuazione la carne del volto. Cercò di ripararsi con le braccia e sollevando il bavero della pesante giacca, proteggendosi come poteva e schermandosi gli occhi con le mani guantate.

Si portò a tentoni fino al vecchio garage dietro la casa. Ad ogni passo doveva farsi strada con le gambe immerse nella neve fino a sopra le ginocchia. Il vento cominciò ad urlare sempre più forte e Dodo udì chiaramente i rami dei vecchi faggi secolari spezzarsi con dei colpi secchi e spaventosi. La torcia che si era portato illuminava solo il biancore della tormenta e lui dovette procedere a tentoni, rimanendo a ridosso del muro della casa per orientarsi e per avere un minimo di protezione.

Finalmente raggiunse il garage e provò ad aprire i vecchi portoni in legno ma il ghiaccio bloccava il grosso lucchetto in ferro che tratteneva il catenaccio. Come se non bastasse la neve trasportata dal vento si stava accumulando davanti all’ingresso del garage e ci sarebbe voluta comunque una pala per aprire un varco nella neve e smuovere le porte che si aprivano verso l’esterno. Dodo fu preso dallo sconforto quando si ricordò che la pala si trovava all’interno del garage e diede un pugno alla porta con il risultato di spaccarsi la pelle della mano sotto il guanto e, visto il dolore che provò solo più tardi, forse anche qualche osso.

Un tempo il nonno di Dodo teneva il trattore e gli attrezzi agricoli in quel garage e visto che risultava ancora perfettamente funzionale per l’uso che Dodo ne faceva, ovvero per depositare qualche attrezzo e tenervi il suo fuoristrada, dopo la morte del nonno lui non aveva mai pensato di ristrutturarlo o di renderlo un po’ più confortevole. In realtà Dodo non aveva toccato nulla in nessun angolo della vecchia casa da quando i nonni erano morti. Non per incuria: lui faceva personalmente le manutenzioni necessarie, ma per un senso di nostalgico rispetto, come se in quel modo potesse tenere più vivo il ricordo degli anni passati e delle persone a lui care che non c’erano più.

La tempesta sembrava non aver intenzione di dare tregua; Dodo guardò il portone chiuso, la neve portata dal vento che gli si stava accumulando davanti e maledì se stesso per non essersi deciso prima di andare a cercare Maya. Si sentì stupido, incosciente e tremendamente in colpa. Dopo qualche attimo di sconforto si rese conto che non poteva star lì a piangersi addosso. Vista la situazione decise che sarebbe andato a cercarla a piedi; non aveva altra scelta.

Ripercorse a ritroso il solco che aveva fatto nella neve portandosi dalla casa verso il garage e che nel frattempo si era riempito quasi completamente di altra neve portata dal vento. Rientrò in casa, si cambiò velocemente il giaccone, si bardò velocemente e per bene con altri indumenti, si mise gli scarponi ai piedi e prese gli sci e l’attrezzatura necessaria nel sottoscala per uscire subito, di nuovo nella tempesta, senza fermarsi a pensare, trattenendo il respiro mentre i cristalli di ghiaccio portati con violenza dal vento, appena aprì la porta, gli ferirono la pelle.

Chiuse la porta facendo uno sforzo notevole, si mise in fretta gli sci ai piedi e partì. Ad ogni sferzata di quel vento tremendo rischiava di perdere l’equilibrio e senza veder assolutamente nulla cercò di portarsi nella direzione giusta, confidando nella presenza dei faggi che lo avrebbero in un certo modo guidato lungo la carreggiata della strada.

Riuscì a percorrere diverse centinaia di metri muovendosi a tentoni e confidando in cuor suo che la tempesta cessasse il prima possibile. Era allenato e aveva una buona resistenza, ma l’incertezza di quel modo di avanzare lo stava provando non poco; non riusciva a distinguere assolutamente nulla davanti a sé, ed il frontalino che si era fissato sulla fronte aveva l’unica funzione di rendergli evidente la bestialità di quel vortice pauroso di neve e ghiaccio al centro del quale si trovava.

Non sapeva con certezza se si era mosso nella direzione giusta e temeva di essersi inoltrato in qualche radura fra i faggi, rischiando di allungare il percorso. Il pensiero andò a Maya, alla paura che le fosse accaduto qualche cosa di grave e questo gli diede la forza per non demordere. Procedeva nel nulla, cercando di fare in fretta, con l’affanno nel petto e tendendo le mani in avanti, cercando i tronchi dei faggi con i bastoncini degli sci, perché erano l’unico punto di riferimento in quella nebbia impietosa di ghiaccio sferzante.

Di colpo il vento cessò. Il silenzio cadde e si distese sulla foresta come una coperta invisibile. I mulinelli di ghiaccio svanirono in alto, lontani, verso un cielo che si stava aprendo alle stelle che adesso sembravano vicinissime, vivide di una luce intensa, innaturale. Si trattò di un cambiamento talmente repentino che Dodo ci mise qualche minuto per rendersi conto. L’affanno piano lasciò il posto all’incredulità. La temperatura sembrava essersi alzata; lui guardò il cielo e non gli sembrò vero che fino a pochi attimi prima era immerso nell’inferno di una tempesta come non ne aveva mai viste. Si guardò le gambe che erano immerse nella neve fino a metà polpaccio, si mosse e cercò di assestarsi sulla superficie del manto nevoso. Si tolse la neve dalla faccia, dal vetro del frontalino e cercò di rendersi conto del luogo esatto in cui si trovava e intanto il cuore continuava a martellargli nelle orecchie. Ebbe una reazione nervosa che gli fece uscire un urlo rabbioso e bestiale dal profondo. Poi respirò, cercò di calmarsi; non doveva perdere il controllo, non ora. Aveva resistito per tutti quei mesi, poteva resistere ancora, doveva farlo. Adesso doveva cercare Maya. Maya era la cosa più importante, adesso. 

Fece dei respiri lunghi, per ritrovare la calma e si concentrò per capire dove si trovava. Un sorriso gli si dipinse sul volto quando capì che aveva preso la direzione giusta: la via aperta fra i faggi che gli si parava di fronte era la carreggiata della strada sommersa dalla neve, la riconosceva. E riuscì a distinguere i posto esatto in cui si trovava. Quando si rese conto, si mosse di nuovo, sollevando gli sci e scrollandosi la neve di dosso si rimise in marcia, rinfrancato e con la speranza che Maya stesse bene. Non era lontana, si trovava anche lui sul pianoro e in pochi minuti l’avrebbe raggiunta. Si mise a chiamarla a gran voce, anche se sapeva che probabilmente era ancora troppo distante per poterlo sentire, ma non si sa mai, si disse.

Mentre cercava di accelerare ancora più il passo urlava il suo nome ed il fiato cominciò a farglisi grosso, ma lui non ci fece caso e proseguì come se dovesse recuperare in un attimo tutto il tempo perso stando ad aspettare.

I rami ed i tronchi dei faggi erano coperti dalla neve che il vento aveva affisso ovunque sulle superfici verticali come dei manifesti che ne pubblicizzavano la sua forza incontrollabile; la luce del frontalino illuminava il biancore che si rifletteva da ogni direzione e la luna fece la sua parte, dipingendo il suolo con le ombre allungate fra i denti larghi dei pettini argentati.

Dodo sentiva solo il rumore ritmico del suo respiro affannoso, il battito del suo cuore e la sua voce che ogni tanto urlava il nome di Maya; tutto il resto era immobilità e silenzio. La neve al suolo si era solidificata in pochissimo tempo in una lastra compatta e ghiacciata e questo agevolava il passo pattinato di Dodo lungo il percorso. Ci siamo quasi, pensò, adesso la vedo, fra un attimo vedrò la sua macchina.

Fra gli alberi Dodo vide le ombre in movimento, all’improvviso. Non si spaventò, cercò di non avere reazioni che lo distogliessero dal suo procedere verso Maya, cercò di non pensare a tutto quello che gli era capitato in quegli ultimi mesi e continuò la sua marcia, indifferente. Le ombre velocissime e furtive continuavano a muoversi con i loro passi felpati; le sentiva, sapeva che erano ovunque, silenziose, scure, quasi invisibili non fosse stato per la luce della luna e per il riverbero di questa sulla neve. Se avesse focalizzato, se avesse perso la concentrazione anche solo per un attimo, sapeva che le avrebbe viste in maniera definita, spaventosa e non poteva permetterssi di avere paura, non poteva fermarsi, doveva andare avanti.

Poi di colpo un boato squarciò l’aria ed il rumore dello spezzarsi secco del legno che si schianta al suolo fece tremare la terra. Dodo sentì l’aria smossa dalla caduta del vecchio albero, vicinissima, a pochi metri da lui e trasalì, di nuovo. Pensò in una frazione di secondo che tutto quello che gli stava accando non avrebbe mai avuto fine. Lo pensò e poi ricacciò indietro tutte le sensazioni che quel frangente si sarebbe trascinato dietro.

La luce del frontalino illuminò i pochi attimi che ci mise il grosso tronco per raggiungere il suolo innevato; uno fra i più vecchi faggi a lato della strada non aveva resistito alla pressione della neve pesante e ghiacciata che gli si era accumulata fra i rami e, già provate dal terribile vento appena passato, le sue fibre spente non avevano retto.

Dodo non ebbe il tempo di riaversi dallo spavento, che altri colpi sordi e secchi di rami e tronchi che si spezzavano e cadevano in successione si levarono dalla foresta da ogni direzione. Il bosco stava letteralmente cadendo a pezzi, soccombendo al peso di tutta quella neve grondante d’acqua e poi ghiacciata all’improvviso dalla tempesta di vento gelido.

Dodo si rese conto che in nessun luogo, nè lui, nè Maya, finchè si trovavano in mezzo agli alberi della faggeta, si sarebbero trovati al sicuro. Ed entrambi erano proprio nel cuore della foresta.

 

 

Sneze (6)

Sanezze (4)

La strada si faceva sempre meno agibile e la neve scendeva come se le nubi gonfie avessero deciso di riversare sulla montagna e  in un solo attimo, anni di nevicate arretrate. In meno di dieci minuti erano scesi dieci centimetri buoni di neve e la macchina di Maya cominciava a sbandare nel tentativo di inerpicarsi lungo la lieve salita che portava all’altipiano, dove si trovava la casa di Dodo. Il tratto più brutto e ripido ormai lo aveva già percorso e le mancavano pochi chilometri prima di arrivare.

All’improvviso smise di nevicare. Maya che, pur non essendo una ragazza che si scoraggiava o si spaventava facilmente, aveva cominciato a disperare e si immaginava già ferma con la macchina di traverso, in mezzo alla strada, intenta a montare le catene da neve e sotto una tempesta che non si era mai vista, tirò un sospiro di sollievo.

Avvenne poi una cosa strana: le nubi all’improvviso si misero a correre sgomberando in pochi minuti un cielo che fino a un attimo prima sembrava volesse cadere sulla Terra per quanto era pesante, gonfio e cupo. Il cielo azzurro e limpido apparve da dietro i rami dei faggi, pericolosamente carichi di un ammasso impressionante di neve. Il sole ormai basso all’orrizzonte gridò la sua luce fioca, insinuandosi ovunque e lasciando che la neve morbida e soffice appena caduta, riflettesse in ogni direzione i colori rosati del tramonto. Sembrava un miracolo di scintillìi e riverberi di colore e cristalli. Maya rimase senza fiato e appena giunse nel punto dove la strada cominciava a spianare, evitando così il pericolo di rimanere bloccata in un punto in pendenza, fermò la macchina.

Scese dall’auto, estasiata da tanta bellezza e lasciò che la luce le entrasse negli occhi e nel cuore e inspirò l’aria fredda che profumava di acqua, di legno bagnato e di fresco. E’ incredibile, si disse, mai visto un cambiamento così repentino ed un tramonto tanto vivido di colori. Si strinse nel pesante giaccone e sospirò, sorridendo, felice di trovarsi lì, di avere il tempo per godersi due giorni con una persona cara e nel posto che più le piaceva in assoluto: il bosco dei faggi.

Mentre stava facendo questi pensieri e si stava godendo il momento, all’improvviso sentì freddo; un freddo feroce, bestiale, come non le era mai accaduto di avvertire. Le entrava attraverso i pesanti vestiti e le arrivava fino alla pelle e poi oltre, al centro delle ossa. Fu una sensazione sgradevole e si affrettò a rientrare nell’abitacolo della macchina, decisa a proseguire. Quando guardò il termometro sul cruscotto dell’auto rimase di sasso: segnava meno venti gradi. Per un attimo le si strinse lo stomaco per lo spavento. Non aveva mai visto una temperatura tanto bassa da quelle parti, arrivata così all’improvviso, poi. Fino a un attimo prima il termomentro segnava meno un grado. 

Aveva tenuto la macchina accesa. Si disse che aveva fatto bene; temeva che con quella temperatura si ghiacciasse il carburante della macchina. Si pentì di essersi fermata per quei pochi minuti di contemplazione. In quel tempo avrebbe macinato un po’ di strada avvicinandosi alla casa di Dodo che certamente la stava aspettando e, viste le condizioni del tempo e l’ora tarda, era sicuramente preoccupato; così aveva solo perso tempo. Sbuffò mentre ingranava la marcia e sussurrò a sè stessa: “Cretina! Così impari a dormire fino a mezzogiorno e a fare la turista in mezzo alle tempeste di neve!!”.

In quel punto il cellulare aveva campo e sentì il suono degli avvisi di chiamata; lo tolse subito dalla tasca del giaccone, vide le chiamate perse di Dodo e pigiò il tasto per chiamarlo e per rassicurarlo. Nel frattempo continuava a guidare, cercando di tenere la macchina sulla careggiata e su di giri, perché la neve fresca e prima leggera e polverosa, ora si era ghiacciata improvvisamente, formando uno strato duro in superficie che le gomme dell’ultilitaria faticavano a rompere. Strano, pensò, la neve ghiaccia in questo modo solo dopo un bel po’ che ha nevicato. Maya si disse che in quelle condizioni era un miracolo se era arrivata fin lì. E anche questo le parve una cosa strana, tanto quanto le condizioni del tempo delle ultime ore.

Dodo rispose quasi urlando: “Dove sei, Maya?! Stai bene? Ti vengo a prendere?”

Lei sorrise, confortata dalla voce di Dodo e un po’ divertita, un po’ infastidita dal tono preoccupato dell’amico; era una stronza cinica, in fondo, in fondo, si disse. Rispose con voce ferma, cercando di avere un tono di noncuranza. Faceva la brillante mentre dentro le batteva il cuore per la situazione poco piacevole. Ma lei era abituata a fingere, a fare  la parte della donna forte che non ha bisogno di niente e di nessuno.

“Tutto a posto, sto arrivando. Sono a un paio di chilometri, sul pianoro, non ti preoccupare. Il macinino, non so come, sembra ce la stia facendo nonostante la neve ghiacciata! Sarò lì fra pochi minuti.”

“Sei sicura che non è meglio se ti vengo incontro con la mia macchina? Ha la doppia trazione… forse così sei più sicura!”

Il tono della voce di Dodo era davvero preoccupato e in ansia e a Maya diede un po’ fastidio. In realtà avrebbe voluto dirgli che non vedeva l’ora di arrivare e che sì, forse era meglio che lui la andasse a prendere, ma qualcosa la frenò… forse l’orgoglio, forse quel tono eccessivamente protettivo. Lei se l’era sempre cavata da sola, in situazioni ben peggiori e non vedeva perchè non avrebbbe potuto farcela anche quella volta. Si sentì rispondergli:” No, non occorre, davvero. Ci metto un attimo, stai tranquillo. Sono arrivata fin qui senza dover montare le catene, figurati se non ce la faccio ad arrivare fin lì adesso che ha smesso di nevicare! Tieni il fuoco acceso e stai sereno!”

“Ok, allora ti aspetto qui. So che ci metterai un attimo! A dopo!” Dodo non aggiunse altro, nessuna raccomandazione.

Si pentì di aver fatto trapelare troppo la sua preoccupazione rispondendole al telefono. Conosceva Maya da sempre e sapeva che la sua reazione sarebbe stata esattamente quella. Non avrebbe mai ammesso di aver bisogno di aiuto, specie se lui le aveva fatto capire di essere abbastanza preoccupato da non fidarsi delle sue capacità. Era in gamba, lo sapeva, sapeva che era vero, che se la sapeva cavare, ma lui intendeva solo facilitarle un po’ il tragitto, vista la situazione. Anche perchè era stato lui a farla venire, con le sue preoccupazioni irrazionali per quei fatti altrettanto irrazionali che gli stavano condizionando la vita da un po’ di tempo.

Non aveva detto esattamente tutto a Maya. Le aveva parlato solo dei campanellini, che erano la cosa meno inquietante, ma in realtà c’erano molti altri eventi di cui avrebbe voluto parlarle. Fatti strani, che gli capitavano quando era da solo in casa, o nella faggeta, lungo il torrente dove spesso andava a camminare da solo. Aveva bisogno di lei, per poter dire a qualcuno quelle cose che si teneva dentro da troppo tempo. Lei era l’unica di cui lui poteva fidarsi e sentiva che Maya avrebbe capito e che non lo avrebbe preso per pazzo. Lei era molto simile a lui, la sentiva vicina in un modo particolare, da sempre, anche mentre erano lontani.

Maya si morse la lingua per l’ennesima volta. “Ma possibile che non so mai dire: sì, grazie, ho bisogno di una mano!? Sono una deficiente! Peggio per me… non mi resta che andare avanti sperando di non rimanere impantanta, che con queste temperature rischio pure l’assideramento!!”

Maya capiva che la sua testardaggine era un grosso limite, ma era talmente abituata a reagire in quel modo, era talmente abituata a stare sempre sulla difensiva, anche con Dodo, che anche stavolta non seppe farne a meno. Era una reazione istintiva, insita nel suo carattere. Dodo sbuffò, sospirò e aspettò; ormai era fatta.

“Ok, ti aspetto qui allora!” Lei chiuse la comunicazione.

In quel preciso istante un vento fortissimo si alzò nella faggeta ed i rami degli alberi, carichi fino all’inverosimile di neve e ghiaccio, cominciarono a scricchiolare. I tronchi che costeggiavano la strada, altissimi e carichi fino al limite di sopportazione di massa nevosa, oscillavano paurosamente. Alcuni rami e alcuni tronchi più sottili si erano piegati verso la carreggiata e Maya li sentì scricchiolare sinistramente mentre ci passava sotto. Il vento aveva preso ad urlare a folate paurose sollevando una polvere sottile di cristalli di neve e ghiaccio rendendo quasi impossibile la visibilità.

Maya aveva il cuore che le batteva nelle tempie e procedeva lungo la strada intuitivamente, non sapendo in certi momenti e di preciso se la direzione era quella giusta. Non c’era pericolo di uscire di strada, perchè l’ultimo tratto sul pianoro procedeva incassato fra due rampe alte mezzo metro, sul ciglio delle quali si trovavano i filari di faggi. Quella era l’unica garanzia, e non era poco, che Maya aveva di non finire in un fosso.

All’improvviso, mentre cercava di capire se stava guidando o meno sulla carreggiata, fra la polvere di ghiaccio che si alzava ovunque e fra un movimento dei tergicristalli e l’altro, le sembrò di vedere sul parabrezza l’ombra scura e pelosa di un animale; una specie di gatto con il pelo molto lungo, ma dalle dimensioni troppo grosse per essere un gatto. Maya ebbe un sussulto ed il cuore le fece una capriola nel petto. Nel contempo avvertì un colpo appena accennato delle zampe, o degli zoccoli, sul cofano della macchina, come se l’animale vi fosse balzato sopra per poi correre via e sparire nella nebbia di neve alzata dal vento. Fu un momento e tutto accadde in una frazione di secondo.

In pochi istanti Maya pensò a che cosa poteva essere successo: quell’essere era balzato sul veicolo in movimento, passandoci sopra come se volasse. Forse lo aveva investito senza rendersene conto, pensò Maya mentre cercava di concentrarsi sulla guida e di proseguire la marcia nel bel mezzo della tormenta. Forse era un cinghiale, continuava a pensare una parte del suo cervello, anche se in quella zona non ne aveva mai visti e non sapeva ce ne fossero. La inquietava il pelo scuro e morbido che per un frangente di secondo si era letteralmente appoggiato al parabrezza e che era riuscita a distinguere nitidamente. Sembrava proprio il pelo di un grosso gatto nero. Sperò in cuor suo di non averlo investito. Sperò che stesse bene, che la macchina non gli avesse causato qualche danno. Ma no, si disse, a quella velocità era impossibile che gli avesse fatto del male. Stava procedendo a venti all’ora! Di più il macinino non poteva fare.

Mentre Maya faceva questi pensieri, all’improvviso un tuono fortissimo squarciò l’aria e la terra tremò.

 

 

Sanezze (4)

Stanezze (3)

L’orologio della grande cucina segnava ormai le due e Maya ancora non si era fatta viva. Dodo aveva acceso il fuoco e stava riponendo gli avanzi del pranzo in frigorifero. Il tempo stava peggiorando e cominciò a preoccuparsi. Attese ancora un po’ prima di chiamarla, perché non voleva sembrarle impaziente, o peggio, invadente; lei in fin dei conti era in vacanza e sapeva per esperienza che quando Maya poteva rilassarsi non teneva in gran conto degli orari. Però il tempo che si metteva sul brutto lo fece decidere di chiamarla. Il cellulare di Maya sembrava essere non raggiungibile. Allora Dodo si tranquillizzò, perché Maya teneva sempre il cellulare acceso e se non rispondeva significava che doveva essere di strada, perché in quella zona non c’era molta ricezione.

Grandi fiocchi pesanti cominciarono a cadere sempre più copiosi e l’aria si era fatta di un grigio muto, chiarissimo ed immobile. Dodo aveva preparato la casa e la stanza per Maya, pulendo tutto con una precisione ed una pignoleria quasi maniacale, la stessa con la quale eseguiva ogni lavoro manuale. Il giorno prima fece una spesa che avrebbe potuto sfamare trenta persone per un mese e gli piacque la sensazione di rassicurante abbondanza che gli davano il frigo e la dispensa pieni.

Era agitato all’idea di avere Maya in casa per due interi giorni, perché aveva la sensazione che fra loro qualche cosa della bella amicizia che li aveva accompagnati per tutta l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza fosse cambiato. O forse erano loro ad essere cambiati, pensò. L’aveva reincontrata da poco tempo, dopo la sua lunga assenza e l’aveva ritrovata più sicura e anche più bella di quando sei anni prima era partita per la Scozia. Di certo meno bambina. Lei era tornata al paese per un breve periodo in attesa che la chiamassero per un lavoro che le avrebbe permesso finalmente di vivere con meno ristrettezze di quelle che, da studentessa e stagista, era stata costretta a subire fino a quel momento. Era molto felice delle prospettive professionali che le si presentavano e lui era stato felice con lei quando gli raccontò tutto.

Anche lui era rientrato al paese da poco. Si era laureato in architettura a Venezia un anno prima e poi si era preso un periodo di svago, girando un po’ il mondo. Era stato in Africa e ciò che vide lo lasciò estasiato e sgomento allo stesso tempo. Lui poteva permettersi di non pensare troppo al denaro perché i nonni, oltre alla casa con la grande faggeta circostante, gli avevano lasciato anche una cospicua eredità, accumulata in anni di lavoro che, comunque, a loro piaceva e che a Dodo aveva permesso di studiare senza fare troppi sacrifici.

Pensava di aprire un piccolo studio nella cittadina vicina, per cominciare, e fu felice di poter parlare a Maya dei suoi progetti quando lei tornò in paese. Dodo non aveva molti amici; per lui era molto difficile farsi coinvolgere in un rapporto che andasse al di là di una superficiale conoscenza. Solo con Maya era sempre riuscito a sentirsi in sintonia e spesso aveva pensato che questa fosse davvero una cosa strana. Aveva anche pensato di rivolgersi a qualcuno che ne sapeva più di lui per capire se la sua tendenza ad isolarsi fosse frutto di qualche patologia, ma poi si disse che lui non stava per niente male, che accettava il mondo, accettava anche la vita sociale se quasta non era troppo invadente, ma potendo scegliere preferiva stare da solo, tutto qui.

L’orologio segnava le tre e Maya ancora non si vedeva arrivare.

 

Stanezze (3)

Stranezze (2)

Quando le giornate sono così corte è meglio alzarsi presto, godersi i colori dell’alba e vedere le colline ed i boschi che piano salutano l’aria nuova, perchè poi tutto il bello portato dalla prima luce svanisce in un soffio e la sera ti sorprende alle spalle come l’ombra di un grande corvo nero.

Maya però preferiva dormire, la mattina. E anche oggi ha dormito fino a tardi, anche se si era ripromessa che, essendo sabato, sarebbe andata da Dodo in tarda mattinata per aiutarlo a preparare il pranzo, fare due chiacchiere come ai vecchi tempi, quando erano più piccoli e passavano interi pomeriggi a giocare e scorrazzare nei prati e nei boschi.

La casa di Dodo si trovava a venti chilometri dal paese, in una grande radura in mezzo ai faggi ed era circondata da un bel prato pianeggiante. In primavera e fino a tardo autunno il prato veniva visitato dai caprioli e dalle lepri, mentre nella boscaglia non era raro avvistare i cervi e tutta la zona era piena di uccelli grandi e piccoli per quasi tutto l’anno.

Dodo aveva ereditato la grande casa a tre piani dai nonni contadini e un tempo, quando i nonni vivevano ancora, in quel maso ci allevavano cavalli, maiali, galline, vacche e conigli e nel frutteto maturavano mele e susine e anche delle piccole pere selvatiche che avevano un sapore dolcissimo.

Ora quel posto sembrava deserto e vuoto; il bosco avanzava ogni anno un po’ di più verso la grande casa di sassi, come a volerla raggiungere per abbracciarla e farla diventare bosco. Adesso lì ci abitava solo lui che non aveva esattamente la vocazione del contandino. 

Dodo era figlio unico e non aveva mai conosciuto suo padre. La madre, e di conseguenza anche i nonni, non gli vollero mai dire di chi era figlio e questo fatto lo aveva segnato nel carattere. Era di indole dolce e tranquilla, ma troppo taciturno, diceva la nonna, introverso e con l’aria di aver sempre paura che qualche cosa di orribile potesse capitargli da un momento all’altro.

A Maya però Dodo piaceva, perchè con lei lui diventava un altro. Fin da quando erano piccoli sembrava che quando Maya era presente, lui si dimenticasse di aver paura e tutto diventava gioco e nuova sfida! Lei era l’unica con la quale lo si sentiva ridere davvero, con il cuore. Erano fratelli, si dicevano, o meglio: “amici fraterni” specificò lei un giorno che se ne stavano appollaiati sui rami di un vecchio faggio.

Maya fra i due sembrava la più forte, la più spregiudicata, la più temeraria, ma in realtà non era proprio così. Era stata allevata da una sorella molto più grande di lei e in paese si mormoravano strane storie sulla famiglia di Maya, ma lei, che queste storie le aveva sentite sussurrare mille volte sul sagrato della chiesa, nel piccolo negozio di alimentari, nei campi durante il raccolto del fieno e vicino alle fontane, fingeva di non saperne nulla e tirava dritto. L’indifferenza era sempre stata la sua arma e se ne serviva anche come scudo.

A Maya e a Dodo piacevano gli alberi e gli animali. Tutti gli alberi e tutti gli animali e per di più lei fin da sempre aveva questo vizio di raccogliere tutti gli esseri che, a suo modo di vedere, avevano bisogno di protezione.
Una volta all’età di otto anni, Maya catturò una piccola lucertola, convinta che si fosse persa, perchè la vedeva debole ed affamata. La mise in una scatola dove praticò dei forellini e le diede da mangiare alcune mosche grosse come scarafaggi. Il giorno dopo trovò tutte le mosche ancora intatte e la lucertola sul fondo della scatola agonizzante. Maya si disperò.
Allora Dodo le disse che era meglio se riportava la piccola lucertola dove l’aveva trovata e lei così fece. La lucertolina era davvero messa male e lei l’adagiò con delicatezza sopra un masso del muretto a secco del frutteto dietro la grande casa, nel punto dove l’aveva catturata. Maya si allontanò un po’ e intanto incitava la lucertola a scappare via, ma niente, l’animale sembrava senza forze.
Allora Dodo le disse che non doveva preoccuparsi, perché lui conosceva le lucertole come nessun altro e la rassicurò dicendole che una volta che il sole le avesse riscaldato ben bene il sangue, quella si sarebbe ripresa e se ne sarebbe andata da sola più vispa che mai!
Maya guardò Dodo negli occhi e ci vide la certezza rassicurante che lui riusciva sempre a trasmetterle, anche nei momenti peggiori. Si accucciò lì, in attesa, fissando l’animaletto con gli occhi tristi e preoccupati. Dodo in piedi accanto a lei in attesa, in silenzio.
La lucertola rimaneva immobile e le si vedeva appena appena il piccolo cuore che pulsava debolmente sul fianco. Arrivò il sole e scaldò la pietra e con lei anche la piccola lucertola, ma niente, l’animaletto non si muoveva.
Allora Maya si voltò per guardare Dodo con gli occhi pieni di ansia e lui si limitò a mettersi l’indice sulle labbra, per indicarle di fare silenzio e di aspettare ancora un po’.
Poi gli occhi di Dodo videro un’ombra alle spalle di Maya e si rabbuiarono per un attimo; Maya se ne accorse e si girò piano verso la lucertola, che era sparita.
Allora Maya si alzò in piedi con gli occhi che le sorridevano, felice abbracciò Dodo dicendogli che aveva avuto ragione, che la lucertola si era ripresa e che era scappata via, finalmente. Dodo sorrise un po’, ma con troppa poca convinzione, però lei non se ne accorse e annuì, allegra!
Poi lei si girò verso il prato e si mise a correre, chiamando Dodo affinchè la seguisse in nuovi giochi.
Dodo non le disse mai che in quei pochi attimi in cui lei si era girata verso di lui un merlo nero con un lungo becco giallo si era avventato sulla lucertola inerme e se l’era portata via.

Maya si decise a prendere la macchina per andare da Dodo che era già quasi mezzogiorno; il cielo era coperto da una sottile nebbia grigia e nell’aria l’umidità fredda invitava a starsene al chiuso ed al caldo. Lei avrebbe voluto che per quei due giorni il tempo fosse bello, per potersi fare anche due passi nel bosco di faggi che era meraviglioso sempre, anche in inverno e che lei non visitava più da troppo tempo. Pareva invece che la neve non si sarebbe fatta attendere.
Durante il viaggio Maya continuò a pensare ai campanellini che Dodo sentiva di notte e una leggera inquietudine cominciò a insinuarlesi nell’animo; scrollò la testa come a volerla liberare dai troppi pensieri, accese la radio e si mise a cantare una vecchia canzone mentre la piccola utilitaria si addentrava sempre più nel paesaggio nebbioso fra i vecchi faggi.

 

Stranezze (2)